- La situazione della pesca attuale è in profonda trasformazione, con leggi sempre più severe che spingono i pescatori a smettere almeno con le tecniche più moderne, considerate troppo invasive di un sistema fragile e finito come quello marino.
A voler ricercare nel passato il punto d'inizio e l'impatto avuto dall' arrivo di queste nuove tecniche di pesca su un ambiente digiuno di tecnologia come quello gradese, che pur avendo gente espertissima di mare, non era molto pronto ad accogliere novità.
Furono gli altri a portare le novità e la gente locale vi si dovette adattare.
La pesca a Grado nel dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale ripartì dai bragozzi a vela e da qualche rara imbarcazione con motore di camion militare adattato, ma con l'attrezzatura di pesca obsoleta, qualche barca arrivò dall'Istria con tecniche e mentalità di pesca nuove (i mussoleri) ma nella sostanza l'ambiente era ancora legato alla tradizione.
Nel 1950 una famiglia di industriali lombardi i Ciocca (produttori di filati e calze) si stabilì a Grado e decise di investire nel settore peschereccio creando una lacerazione tra mondi la pesca lenta tradizionale e quella frenetica moderna.
Da Genova arrivarono due imbarcazioni completamente diverse per come erano strutturate, armate e per i mezzi di pesca.
L' Eleganza e Rinomanza seguite poi da un bragozzo Speranza formarono la flotta dei Ciocca, dipinte di giallo vennero chiamate le "barche zale" erano dotate di motori semilenti Ansaldo da 120 Hp (una mostruosità per l'epoca) di ghiacciaia e di gabinetto a bordo.
Una rivoluzione.
Le reti erano in nailon acquistate nel Nord Europa e prime in assoluto da queste parti dove ci si tormentava con il cotone e con le cure cui necessitava.
Imbarcarono 7/8 uomini di equipaggio ciascuna e guidate con mano ferma dall'amministratore della famiglia Vasco Bosio operarono in Golfo di Trieste per oltre 15 anni.
Dopo vemo imparao noltri e cò la fiaca ze finia la pesca.....La situazione della pesca attuale è in profonda trasformazione, con leggi sempre più severe che spingono i pescatori a smettere almeno con le tecniche più moderne, considerate troppo invasive di un sistema fragile e finito come quello marino.
A voler ricercare nel passato il punto d'inizio e l'impatto avuto dall' arrivo di queste nuove tecniche di pesca su un ambiente digiuno di tecnologia come quello gradese, che pur avendo gente espertissima di mare, non era molto pronto ad accogliere novità.
Furono gli altri a portare le novità e la gente locale vi si dovette adattare.
La pesca a Grado nel dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale ripartì dai bragozzi a vela e da qualche rara imbarcazione con motore di camion militare adattato, ma con l'attrezzatura di pesca obsoleta, qualche barca arrivò dall'Istria con tecniche e mentalità di pesca nuove (i mussoleri) ma nella sostanza l'ambiente era ancora legato alla tradizione.
Nel 1950 una famiglia di industriali lombardi i Ciocca (produttori di filati e calze) si stabilì a Grado e decise di investire nel settore peschereccio creando una lacerazione tra mondi la pesca lenta tradizionale e quella frenetica moderna.
Da Genova arrivarono due imbarcazioni completamente diverse per come erano strutturate, armate e per i mezzi di pesca.
L' Eleganza e Rinomanza seguite poi da un bragozzo Speranza formarono la flotta dei Ciocca, dipinte di giallo vennero chiamate le "barche zale" erano dotate di motori semilenti Ansaldo da 120 Hp (una mostruosità per l'epoca) di ghiacciaia e di gabinetto a bordo.
Una rivoluzione.
Le reti erano in nailon acquistate nel Nord Europa e prime in assoluto da queste parti dove ci si tormentava con il cotone e con le cure cui necessitava.
Imbarcarono 7/8 uomini di equipaggio ciascuna e guidate con mano ferma dall'amministratore della famiglia Vasco Bosio operarono in Golfo di Trieste per oltre 15 anni.
Dopo vemo imparao noltri e cò la fiaca ze finia la pesca.....
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10 febbraio, 2023
LE. BARCHE. ZALE.
09 febbraio, 2023
OMINI INSIGNI
Fine anno e, nonostante Facebook si sforzi a dire che è stato Straordinario, non è stato purtroppo così.
La crisi, interpretazioni legislative balorde, una gestione della cosa pubblica diciamo incerta, comunque poco incisiva e distante dai cittadini, le tasse ormai soverchianti, prospettive per il futuro con i nuvoloni e brividi.
No! non è stato un anno straordinario, anzi ci ha lasciati a tasche vuote come il pescatore della foto (scattata nel 1911).
In queste condizioni il potere costituito è sempre stato nel mirino e ho riscontri che nel passato le cose erano simili.
Lo chiarisce questa poesia di Domenico Marchesini (Menego Picolo) che nasce a Grado nel 1850 e vi muore nel 1924, figlio della Grado storica poco conosciuto perchè purista del dialetto antico, attraverso i suoi scritti riusciamo a conoscere l'arcaismo dialettale del vero proto veneto graisan che evita con grande attenzione le contaminazioni del giuliano triestino, proponendo con forza la vigoria del dialetto autentico graisan.
Più che "rappresentarlo" Domenico Marchesini ci "presenta" il microcosmo gradese: un nucleo la cui struttura sociale si esaurisce in pochi elementi: i pescatori di mare e di laguna, gli artigiani e i renaioli.
E gli artigiani allora si chiamavano "artisti", ed erano artisti che per poter vivere in quella società costruita su un'economia basata sul castrum, del tipo più primitivo dunque, erano spesso costretti a esercitare più "arti" contemporaneamente.
Oltre a ciò, Menego era molto caustico con il potere costituito e non rispamiava nulla e nessuno, non avendo un grande opinione dei cosidetti:
"Omini insigni"
Che issah val le case
E i so fundi se sa.
E ze una vergogna
De i comandauri
Che 'i sente e no 'i bada
Cunsilgi e clamuri,
Qua, colpa ste suche
Ze aval monarchia
Che ‘l pie in Muniçipio
Va per denastia;
Scrivan, podestae,
Deputai ze un'union
E quisti ogni totolo
Gode a so bon.
Sti doti riginti,
De sienza, ben digo,
Sti 'nsiti adorai
Fra tanto caligo,
Cu sa afah la soma,
Cu afah ‘l calegher,
Cu 'ntaca butuni,
Cu fa ‘l campaner.
Si queste sapienze
De laura e çitae
Che al zuogo de stropa
'Le ze 'ndotorae
'Le sta in sta baraca
De Ufissio che ‘l val
Per regehne a causa
E pro de ‘l pivial.
Un minimo di glossario perchè il dialetto usato dal Marchesini è veramente ostico
ze aval monarchia: sembra una monarchia;
va per denastia: La tradizione ricorda le famegie de la bala de oro (la bala con cui si esprimeva il voto nel Consiglio), "le quali per antico privilegio si tramandavano il diritto di occupare le cariche supreme"
ogni tòtolo: diminutivo di toto 'chicco', 'grano' (es. i toti del Rosario); la stessa parola indica però anche quell'insetto grigio scuro di forma ovoidale che a Grado era frequente abitatore dei pianterreni umidi e bui: oniscus murarius 'anisca'.
Il 'nsiti: insetti.
caliga: nebbia, fumo; qui 'incensamenti' e sim.; è il latino caliga 'caligine'. la soma: la somma.
'ntaca butuni: attacca bottoni, cioè fa il sarto.
de laura e çitae: laureati e cittadini.
zuogo de stropa: un gioco di carte.
'ndotorae: gioco di parole tra il significato concreto 'laureate' e l'allusione a una modalità del gioco di carte, per cui chi perde e vuoI continuare a giocare deve pagare di nuova la posta.
che 'l val: buono solo a ..
de 'l pivial: della chiesa e dei clericali.
OMINI INSIGNI
LA LAGUNA ED IL NUOVO WATERPOD
L'idea di base parte considerando il progressivo riscaldamento della terra che provocherà l'innalzamento dei mari e la necessità di non farsi sorprendere.
Ecco allora l'idea di una casa galleggiante (ricordate l'Arca di Noè) come palafitta moderna alimentata da turbine eoliche e pannelli fotovoltaici.
La progettazione ha avuto cura anche del lato estetico/artistico con un disegno particolarmente audace della struttura che diventa a tutti gli effetti un' eco-abitazione.
Per quanto riguarda Grado (la Laguna è ideale per l'utilizzo immediato, non bisogna aspettare che l'acqua salga lo fa praticamente ogni giorno e ci sorprende sempre) e il rapporto che potrebbe avere con il Waterpod , io lo vedo inserito come casa da noleggio al molo di Belvedere (un modo come un altro per combattere la cementificazione in paese), oppure come sostitutivo dei casoni che non pagherebbero così nessun canone (vecchia idea di Giovanni -Archimede- Marin), non dovrebbero scavare cavane e se utilizzati come albergo diffuso possono raggiungere i clienti in terraferma.
e divertiamoci
LA LAGUNA ED IL NUOVO WATERPOD
08 febbraio, 2023
GRADO E LA LAGUNA
Il paesaggio presenta essenzialmente quattro zone caratteristiche: acque (canali e fondali sempre sommersi), velme (terreni sabbioso-fangosi che affiorano solo in occasione di basse maree sizigia- li), barene (che più o meno emergono due volte al dì in concomitanza del medio abbassamento del- l'a cqua), tapi alti e mote con o senza insediamenti umani e argini che delimitano valli da pesca (da "vallum" argine) o segnano canali. Dal punto di vista floristico e della vegetazione, trascurando l'ambiente acqueo superficiale e pro- fondo, di difficile rilevamento per un viaggiatore occasionale, si può notare, nelle velme una vegeta- zione essenzialmente algale, dove, a seconda delle stagioni, si mettono in evidenza varie macroal- ghe, tra cui più evidenti le rosse Gracilarie, le verdi filamentose Enteromorfe e le larghe lamine verdi della Lattuga di mare (Ulva Lactuca) e, abbarbicate sui pietroni posti a difesa degli argini, le ramificazioni digitiformi dei Fucus. Affiorano anche in questo ambiente le forme più piccole di piante fanerogame con foglie nastriformi (che in dialetto locale sono chiamate "aleghe") dei generi Cymodocea, Ruppia e Zostera. Di quest'ultima le specie di statura maggiore, assieme alle Posidonie, caratterizzano i fondali sabbiosi di mare aperto, formando praterie (molere), pascolo dei "gui" (Gobius sp.) di stelle marine, di molluschi e di piccoli crostacei. Nelle barene e nelle barene secche possiamo trovare una vegetazione di piante di modesto aspet- to, essenzialmente alofile, senza foglie o con foglie ridotte e quasi spiniformi, coi fusticini acquoso- carnosi capaci di riserve d'acqua per resistere a sbalzi di umidità e di salinità. Troviamo quì prin- cipalmente la Salicornia fruticosa e lo Artrocnemum glaucum, le Salsole (dalle cui ceneri si dice che anticamente si ricavava la soda per l'industria del vetro), alcune Cyperacee e Juncacee a cespi con foglie aghiformi lunghe parecchi decimetri e termi- nanti con una punta acuminata. Ancora troviamo delle praterie semisommerse di Graminacee secche, dure, giallastre che solo nel fulgore della vegetazione arrivano ad assumere un colore verde tenue: la Spartina Stricta e, dove le acque sono più dolci, la canna di palude (Arundo Phragmites) che risale lungo le rive dei canali e dei lenti fiumi e della quale da secoli si sono serviti i nativi per la copertura (altamente coibentante) dei loro "casoni".Qua e là nelle zone meno frequentemente inondate e a seconda delle stagioni troviamo le macchie gialle delle Inule o azzurre di varie specie di Astri. La Laguna, oltre a dare alimento animale (pesci, molluschi, crostacei e cacciagione da penna e da pelo) ha dato all'uomo diverse essenze vegetali di varia utilità. Oltre alla già citata canna si trovano sui "tapi alti" e sugli argini sporadici grossi ciuffi di canna gentile o comune (Arundo Donax) che in seguito a coltura intensiva nell'entroterra, per lungo tempo ha fornito la cellulosa agli impianti di Torviscosa. In primavera si raccolgono sugli argini le "erbete" (Beta sp.) gradevolissime da consumarsi lessate in insalata, in frittata con le uova o in tegame con gli spinaci; gli spinaci selvatici (Atriplex sp. Pl), i giovani turioni delle "Sparisine" (Asparagus officinalis) e dell' Asparagus Acutifolius (sparisi de spinada) e le giovani cime degli "s'ciopeti" (Silene Cucubalus). Notiamo almeno due piante medi- cinali, contemplate in diverse farmacopee: l'Assenzio ("apisinsio": Artemisia Absinthium) e il "Santonego" (A. coerulescens) dal quale si ottiene una tisana amara con proprietà toniche, febbri- fughe, astringenti e vermifughe, e il cui estratto alcoolico (un rametto in una bottiglia di grappa) è un piacevole e gustoso amaro-digestivo. Non bisogna dimenticare l'onnipresente "fior de tapo" (Statice Limonium), pianta con rosetta di foglie basali (da non strappare !) con numerosi scapi ramosi por- tanti spighette di fiorellini bianco-azzurro-violetti, che rac- colti in numero non superiore a dieci per persona (pianta pro- tetta L.R. n° 34 del 3/6/81) possono conservarsi per mesi allo stato secco ed entrare in simpatiche composizioni.
GRADO E LA LAGUNA
07 febbraio, 2023
LE OSTRICHE
In questi giorni, tra i filari dei "pedoci" che devo passare uno ad uno per manutenzione delle corde e dei fusti di sostegno, ho notato, in certi punti della costiera triestina, un' accumulo naturale di seme di ostrica piatta come non vedevo da anni.
Questo mi ha riportato indietro con gli anni, io ho cominciato la prima attività come ostricoltore, e al pregresso storico dell'allevamento dell' ostrica a Grado:
A Grado, i bassifondi marini, insidiati dai marosi, erano difesi dai banchi e le acque venivano arricchite da sorgenti.
Verso l’esterno della laguna esisteva un banco naturale di ostriche madri, rispettato dai pescatori con le reti a strascico, i quali evitavano così dei danni ai loro attrezzi.
Gli embrioni, immessi dalle ostriche madri durante la primavera, l’estate e in parte anche in autunno, scorrevano con le correnti di marea lungo la costa gradese per attaccarsi, grazie alla scarsa profondità dell’acqua, su conchiglie di altri molluschi morti. Qui le ostriche erano piccole con gusci sottili e regolari: era questo il tipo di “Ostrea edulis” che più si avvicinava agli invidiati molluschi coltivati sulle sponde dell’Atlantico.
Alcuni vallicoltori facevano raccogliere le piccole ostriche lungo i bassifondi della spiaggia lagunare, immettendole, poi, nelle loro valli per l’allevamento, ma il prodotto ottenuto era magro e di sapore amaro e trovava spaccio, per pochi soldi al pezzo, solo nelle vicine borgate friulane.
Migliaia di ostrichine finivano poi all’estero:
i pescatori gradesi usavano infatti raccoglierle e venderle a degli imprenditori italiani che praticavano l’allevamento nelle valli dell’estuario veneto.
A Grado, un primo allevamento razionale delle ostriche fu tentato tra il 1862 ed il 1863 da Riccardo d’ Erco.
In seguito a delle ricerche e grazie ai finanziamenti concessi dall’i.r. Governo e dalla Camera di Commercio di Trieste, D’Erco fondò in località Barena Campagnola, uno stabilimento sul modello di quelli francesi di Regneville, chiudendolo tutt’attorno con un argine di due metri.
Lo stabilimento occupava una superficie di sei iugeri, cioè di circa 15.000 metri quadrati:
due chiaviche davano acqua ad un canale principale, dal quale partivano dei canali secondari al servizio di 57 bacini chiamati “claires”, della profondità di circa 60 centimetri.
Come collettori d’Erco usò delle tavelle bagnate di calce mista sabbia, disposte a gradinata.
La Società Austriaca di Pesca e Piscicoltura fece collocare 5000 tegole spalmate di calce per la raccolta di piccole ostriche che, in seguito, sarebbero state distribuite a svariati ostricoltori per l’allevamento.
Circa undici mesi dopo la posa si passò alla raccolta.
Erano attecchite ben 82.000 ostrichine che con cura furono staccate, con apposite tenaglie in acciaio temperato, da sei volonterose donne.
In questi giorni, tra i filari dei "pedoci" che devo passare uno ad uno per manutenzione delle corde e dei fusti di sostegno, ho notato, in certi punti della costiera triestina, un' accumulo naturale di seme di ostrica piatta come non vedevo da anni.
Questo mi ha riportato indietro con gli anni, io ho cominciato la prima attività come ostricoltore, e al pregresso storico dell'allevamento dell' ostrica a Grado:
A Grado, i bassifondi marini, insidiati dai marosi, erano difesi dai banchi e le acque venivano arricchite da sorgenti.
Verso l’esterno della laguna esisteva un banco naturale di ostriche madri, rispettato dai pescatori con le reti a strascico, i quali evitavano così dei danni ai loro attrezzi.
Gli embrioni, immessi dalle ostriche madri durante la primavera, l’estate e in parte anche in autunno, scorrevano con le correnti di marea lungo la costa gradese per attaccarsi, grazie alla scarsa profondità dell’acqua, su conchiglie di altri molluschi morti. Qui le ostriche erano piccole con gusci sottili e regolari: era questo il tipo di “Ostrea edulis” che più si avvicinava agli invidiati molluschi coltivati sulle sponde dell’Atlantico.
Alcuni vallicoltori facevano raccogliere le piccole ostriche lungo i bassifondi della spiaggia lagunare, immettendole, poi, nelle loro valli per l’allevamento, ma il prodotto ottenuto era magro e di sapore amaro e trovava spaccio, per pochi soldi al pezzo, solo nelle vicine borgate friulane.
Migliaia di ostrichine finivano poi all’estero:
i pescatori gradesi usavano infatti raccoglierle e venderle a degli imprenditori italiani che praticavano l’allevamento nelle valli dell’estuario veneto.
A Grado, un primo allevamento razionale delle ostriche fu tentato tra il 1862 ed il 1863 da Riccardo d’ Erco.
In seguito a delle ricerche e grazie ai finanziamenti concessi dall’i.r. Governo e dalla Camera di Commercio di Trieste, D’Erco fondò in località Barena Campagnola, uno stabilimento sul modello di quelli francesi di Regneville, chiudendolo tutt’attorno con un argine di due metri.
Lo stabilimento occupava una superficie di sei iugeri, cioè di circa 15.000 metri quadrati:
due chiaviche davano acqua ad un canale principale, dal quale partivano dei canali secondari al servizio di 57 bacini chiamati “claires”, della profondità di circa 60 centimetri.
Come collettori d’Erco usò delle tavelle bagnate di calce mista sabbia, disposte a gradinata.
La Società Austriaca di Pesca e Piscicoltura fece collocare 5000 tegole spalmate di calce per la raccolta di piccole ostriche che, in seguito, sarebbero state distribuite a svariati ostricoltori per l’allevamento.
Circa undici mesi dopo la posa si passò alla raccolta.
Erano attecchite ben 82.000 ostrichine che con cura furono staccate, con apposite tenaglie in acciaio temperato, da sei volonterose donne.
LE OSTRICHE
LA COOPERATIVA PESCATORI
La storia è una rassegna di rivoluzioni.
Dopo secoli di stanca rassegnazione e sottomissione, a Grado una luce.
Uno dei passi in avanti (step) che la Comunità dei pescatori gradesi ha compiuto nel passato recente si può definire rivoluzionario perchè rompeva un archetipo storico di sudditanza.
C'è una data che segna una svolta storica tra la Grado peschereccia atavica e quella moderna.
2 aprile 1930.
E' la data di costituzione della Società Anonima Pescatori Lagunari di Grado.
In un colpo i pescatori si scuotono e riunendosi in 39, tanti sono stati i primi aderenti alla nuova società, si pongono obiettivi comuni, si sottraggono allo sfruttamento dei commercianti e puntano a migliorare, oltre che sotto il profilo economico, anche in quello culturale ponendosi, altresì, anche l'obiettivo della mutualità e dell'assistenza ai meno fortunati.
Nel 1932 la Società era attiva nel locale Mercato Ittico vincendo resistenze e boicottaggi dei commercianti.
Intando le adesioni crescevano e nel 1940 la Società concludeva con il Comune il contratto di affitto della "Valle Artalina" tuttora in corso e finalmente si dotava di una sede sociale di proprietà in Riva Dandolo.
Veniva così sfatata così in pochi anni la diceria dei compaesani "scartossiti" e foresti "sensai" che consideravano la categoria dei pescatori "poveri e ignoranti" e creando una diceria nuova:
"i ze carghi de soldi e i li mete soto al stramasso" .
A questo proposito devo dire che mio padre, che era pescatore, si è dimenticato di dirmi soto qual stramasso li ha missi.
Nianche al cason soto al pagion no li he catai !
LA COOPERATIVA PESCATORI
05 febbraio, 2023
LA PISCINA
ASSOCIAZONE “GRADO NOSTRA”
- Sodalizio di cattolici gradesi -
Al Gentile Signor
Marco Braida
Delegato Coni
GORIZIA
PISCINA ITALIA – Lettera aperta
C’è una cosa assai grave che riguarda lo sport a Grado. Negli Anni Cinquanta era sorta per pura passione una squadra di nuoto, l’Anitra. Allenamenti e gare nel canale dalla schiusa tra gli scarichi di acque reflue. Con la loro passione i ragazzi dell’Anitra, gradesi ed esuli istriani, stupendo connubio di quegli anni, raggiunsero la Serie B nel campionato a squadre, sfornando anche qualche bel talento di livello nazionale come Lelo Rossi, preso all’epoca nella grande squadra della Fiat di Torino. Per premiare giovani di Grado così determinati nello sport, al punto da creare anche una vera e propria scuola per i giovanissimi, sotto la grande guida del compianto Prof. Marco Pozzetto, l’Amministrazione comunale costruì nel retrospiaggia una bellissima piscina regolamentare di 25 metri, con adiacente piccola piscina per l’insegnamento dell’esercizio natatorio: il tutto tra il verde, spogliatoi, ampi spazi per prendere il sole, vari servizi eccetera. Una struttura molto bella che è stata lasciata decadere togliendola cosí allo sport di gradesi e ospiti (era unica a Grado). Ma non solo: negli anni la piscina era anche diventata una stupenda attrattiva per i giovani festanti di spiaggia e dava modo di giustificare la spiaggia di Grado a pagamento, potendo dimostrare che il modesto prezzo del biglietto, oltre all’ingresso in spiaggia e agli spogliatoi, dava diritto all’accesso gratuito all’area ombrosa del Parco delle Rose e, appunto, anche alla piscina, che essendo stata inaugurata nel 1960 per il Centenario dell’Unità, venne intitolata giustamente Piscina Italia, anche in riguardo ai numerosissimi irridentisti gradesi, taluni morti eroicamente. Ora è passato il 150.mo dell’Unità. Sarebbe stato un buon motivo ideale ed etico per ristrutturare e migliorare la piscina di Grado, magari ingrandirla per accogliere grandi manifestazioni. Ma cosí non è stato: l’idea, che serpeggiava sin dal 2008 è di farne… parcheggi! D’accordo anche la Regione, pare, per far spazio a un palazzo termale ex novo sopra l’esistente retrospiaggia. Già allora nel 2008 e, poi, in varie occasioni, l’Associazione Grado Nostra evidenziò in vari modi il grave danno per Grado e il suo futuro (sportivo-educativo per i giovani e turistico-economico per tutti), che viene a costituire la gravissima idea di eliminare la Piscina Italia e intaccare il verde e verde sportivo del parco di retrospiaggia e il retrospiaggia stesso, le sabbiature, solarium, servizi, ecc. Ma sinora sembra andare politicamente ancora avanti il parcheggio senza che nessuno vi si opponga con decisione, ragione per cui la presente lettera aperta viene inviata al Delegato del Coni, date le sue competenze, e sopratttutto perché è assolutamente verosimile pensare che la Piscina Italia di Grado sia stata costruita col contributo proprio del Coni che, pertanto, ha primaria voce in capitolo da far sentire a tutti. Cancellando una alla volta la qualità specifiche di Grado per farne parcheggi, andrà a finire che non ci sarà più bisogno di parcheggi in una Grado non più ambita come ieri e, in parte, com’è fortunatamente ancora oggi. Ma domani?
Cav. Augusto C. Marocco
Presidente di Grado Nostra
--
LA PISCINA
GIOCHI SENZA FRONTIERE
Ho letto di un rinnovato interesse per la trasmissione "Giochi Senza Frontiere" fortunata serie televisiva iniziata nel 1965 e finita nel 1999 di giochi tra squadre di varie nazioni, mi sono ricordato della partecipazione fortunata della nostra squadra locale ed è giusto ricordare i protagonisti dell' avventura del 1980.
C'è stato un tempo che le ciacole non erano il primo sport cittadino e i giovanotti partecipavano con passione a varie attività fisiche e ludiche.-
Uno di questi momenti ha portato Grado a partecipare ad una trasmissione che, propedeutica alla formazione di idea di cittadini dell'Europa, si titolava "Giochi senza Frontiere".
Le gare, pur divertenti e spettacolari nella loro scenografia, richiedevano grande preparazione fisico-atletica e così i nostri baldi giovanotti dell'epoca con grande slancio affrontarono il compito di prepararsi a dovere.
Il 25 giugno 1980 a Friburg, in Svizzera, i nostri atleti :
" Mauro Attura, Claudio Bean, Laura Bressan, Loredana Cosatto, Antonio Casciaro, Cristina Filiput, Alessandro Gasparetti, Marino Gregori, Fabio Persi, Aldo Pinatti, Beniamino Ros, Francesca Rup, Leonardo Tognon e Margherita Zacheli "
parteciparono, infatti, alla quarta tappa della serie nel 1980 (la gara allora aveva ascolti televisivi elevatissimi).
La squadra di Grado si classificò al secondo posto staccata di soli due punti dalla belga Charleroi ma la classifica finale lasciò parecchio amaro in bocca ai gradesi che in realtà si erano già virtualmente aggiudicati la gara.
Solo che un'ininfluente prova al file rouge di una squadra che si trovava in coda alla classifica non si poté effettuare per la rottura del macchinario utilizzato con la conseguenza che l'intera prova fu annullata (i gradesi l'avevano vinta, questo guasto ha lasciato parecchi dubbi) costringendo gli atleti a una prova di riserva ( i gradesi non avevano avuto modo di conoscere in precedenza) che li vide invece soccombenti.
Fu il professor Furlan il preparatore atletico dei nostri fulgidi eroi sportivi (nelle foto), che tornarono a Grado accolti da grandi feste e che furono seguiti con grande partecipazione durante la diretta televisiva in Eurovisione.
GIOCHI SENZA FRONTIERE










