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07 aprile, 2013

Credo solo ai Miracoli e voterò Gesù

Siamo vicini ad elezioni regionali fondamentali per noi tutti perchè viviamo tempi difficili e scegliere chi ci governerà  nel prossimo futuro è determinante.
Di concerto ne sentiremo di tutti i colori, promesse programmi buone intenzioni, insomma  "I Progetti"

Beraro ci aveva fatto una canzone "I Progeti".


Per capire e difendersi dai "Fake" (falsi progetti)  può essere utile una breve cronoistoria  raccontata in tono leggero e semi romanzata dei "progeti" del passato recente di Grado.

Questi progeti  ce li hanno descritti  dicendo che facevano comodo a noi, la realtà è che facevano comodo a loro!
Per quanto mi riguarda io credo che abbiamo bisogno di uomini e donne da miracoli e per ciò non rimane che votare Gesù!----------

"Correva l’anno 1962 e all’ignaro gradese sempre pronto ad abboccare come un gò alla prima esca luccicante veniva venduto il progetto che avrebbe cambiato le sorti della nostra economia.
Stessa tecnica, stessa spiaggia, stesso mare per poter dimenticare…
Presenti i maggiori esponenti della Spa Sviluppo Spiagge Alto Adriatico , si dà il via al grosso complesso dei lavori della Pineta della Rotta.
La prima opera da compiere è la grande strada sinuosa che sta alla base del progetto generale urbanistico ideato dal Dott.Prof. Arch. di Treviso.
Allacciandosi alla via che porta a Grado, la strada si infiltrerà tra gli alberi della Pineta fino a raggiungere Punta Barbacale, per poi congiungersi a quella di Monfalcone, che tra poco entrerà in funzione.
Nel bosco saranno operati anche diversi raccordi che serviranno, oltrechè per snellire la circolazione, anche per dividere una dall’altra le diverse zone che dovranno avere un carattere individualmente armonico.
Chiunque abbia visitato almeno una volta nella sua vita la nostra isola non può non essersi reso conto delle immense possibilità di sviluppo che La Rotta offre sia per posizione geografica, sia per la salubrità dell’aria derivante dalla fitta vegetazione, sia per la sterminata spiaggia che, con opportuni accorgimenti, è possibile far sorgere lungo il suo litorale.
La realtà, ora, sta prendendo il posto delle idee e delle intenzioni e le opere incominceranno a sorgere una dopo l’altra con la massima possibile speditezza, vediamo per Grado la possibilità di aprire un nuovo, ancor più fecondo periodo nella sua longevità si stazione climatica internazionale.
E' evidente che La Rotta diventerà ben presto un’appendice determinante per il futuro dell’isola.
Non si tratta solo di costruire per aumentare la capienza estiva di Grado, ma, soprattutto, di costruire bene per creare completamente ex novo un ambiente che abbia la possibilità di offrire all’uomo di città qualcosa di diverso da quello che ha trovato finora nell’Isola d’Oro.
L’originalità della questione consiste nel fatto che il nuovo nucleo, separato completamente dal capoluogo, sarà dotato di caratteristiche completamente diverse, e il nostro centro turistico raggiungerà la posizione davvero invidiabile di poter offrire l’incommensurabile conforto che ha offerto finora, accanto ad un conforto di sapore diversissimo, situato ad un paio di chilometri soltanto dal centro della città....."
___...___
"....La prima fase di Citta' Giardino e' cominciata, la nuova area residenziale garantira' agli abitanti tranquillita' con l'inserimento organico nel verde, creazione di parchi, la posizione vicina alla spiaggia favorira' lo sviluppo alberghiero, lavoro, ecc...."
___....___
"...Investimento previsto per la costruzione del Porto San Vito, ospitera' un complesso residenziale portuale con 500 posti barca, rimessaggio, ristorante, 50 posti di lavoro, ecc..."
___....___

E Arriviamo al nuovo progetto di Valle Cavarera city, Dejà- Vu!.

La vera novità è l' ipotizzata clausola salva imprenditori:
nel caso l'iniziativa sia fallimentare, l'amministrazione si è impegnata a spostare tutta la popolazione residente di Grado in Cavarera cedendo alla pari il centro storico e zone limitrofe. Avremo un campo da golf, volete mettere?

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06 aprile, 2013

Kim senza filtro

tabagista nucleare!
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05 aprile, 2013

Alessandro Felluga "Sant' Elena"

Ho letto il nuovo libro di Alessandro Felluga -  "Sant' Elena".

Lo devo ringraziare per avermelo fatto avere con la sua solita e schiva gentilezza di altri tempi.

Io sono un lettore accanito e onnivoro con una certa predilezione per il romanzo americano che non ti fa riflettere ne pensare più di tanto, ti racconta storie che sai lontane ed estranee al tuo mondo, non c'è modo di confrontarsi e in fondo non c'è bisogno di farlo, è lettura di evasione nasce e finisce la.

Alessandro Felluga, che ho letto in altre occasioni e di cui mi colpisce e in qualche modo frena il suo complesso modo di scrivere le storie, questa volta  ha aperto un mondo che è un mondo che io amo, quella Grado fantastica dei grandi caffè austro-ungarici dove le buone maniere facevano parte dell' offerta turistica, un mondo ovattato, denso, fatto di etichette e manierismi.

Io non credo di essere capace ne ho voglia di scrivere una recensione di un libro, posso solamente cercare di manifestare le emozioni che leggere quest' opera mi ha suscitato.

Tutto gira attorno ad un mondo  in cui  protagonisti  non sono troppi:
"Paron Faliero" e Aldo con l' apporto generoso di un professor Guido saggio padovano, con qualche spruzzata di figure femminili.

Un Mondo che in parte diventa unica ragione di vita, durante la stagione e in parte diventa ragione di avvizzimento, anche morale con grandi depressioni, durante l' inverno  che è vissuto come un periodo transitorio e deprimente tra una stagione e l' altra.

Ovviamente lo sfondo é Grado che prevale e alla fine diventa "S.Elena" come meta finale di un percorso di vita fatto molto di "vorrei ma non posso".

Il percorso descritto da Alessandro mi ha intrigato più volte, ha descritto benissimo una Grado splendida  durante i sei mesi di stagione con immagini dal Caffè Centrale, della vivacità, nonostante la morigeratezza dei costumi, delle persone, dei concerti pomeridiani, dei balli serali,
poi però in contro altare si arena e incupisce con la Grado invernale, quasi non la voglia, dove il protagonista sta seduto per giorni accanto allo spagher a guardare le nuvole che corrono portando via la sua giovinezza, che non sa affrontare.

Ecco questo un po', segna la sconfitta che il protagonista accetta sul finire del libro dopo un tentativo di fuggire a quella che considera la sua prigione andando all' estero per rivivere quella vita che lui considera sua, ma i vincoli ancestrali isolani sono troppo forti e lo trattengono a Grado
in quella che diventa la sua "S.Elena", malinconicamente una poltrona che da su un finestrino, per continuare a guardare le nuvole che corrono libere.

Un libro scritto bene che ti fa voglia, come ho fatto io, di sfogliare vecchie foto per capire meglio dove fossero  i luoghi di cui parla, ma malinconico e per certi tratti si intravede l' ombra dell' autore dietro al personaggio principale, ma il consiglio è leggetelo merita davvero attenzione.




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04 aprile, 2013

Lunario di Aprile-Suche


Domenico Marchesini (Menego Picolo) nasce a Grado nel 1850 e vi muore nel 1924, figlio della Grado storica  purista del dialetto antico, leggerlo è abbastanza complicato perchè usa  l'arcaismo dialettale del vero proto veneto graisan che evita con grande attenzione le contaminazioni del giuliano triestino, proponendo con forza la vigoria del dialetto autentico graisan.
Oltre a ciò aveva la penna intrisa di veleno e non era troppo amato dai maggiorenti dell' epoca.
Questa la descrizione dei comandauri dell' epoca; se comparata con l' attualità e sostituite qualcosa è aggiornatissima:

La foto dei bragossi è di Sal Penso






Qua, colpa ste suche 
Ze aval monarchia 
Che 'l pie in Muniçipio
 Va per denastia; 

Scrivan, podestae,
 Deputai ze un'union
E quisti ogni totolo 
Gode a so bon. 

Sti doti riginti, 
De sienza, ben digo, 
Sti 'nsiti adorai 
Fra tanto caligo,

Cu sa afah la soma, 
Cu afah 'l calegher, 
Cu 'ntaca butuni,
 Cu fa 'l campaner. 

Si queste sapienze 
De laura e çitae 
Che al zuogo de stropa
 'Le ze 'ndotorae 

'Le sta in sta baraca 
De Ufissio che 'l val 
Per regehne a causa 
E pro de 'l pivial. 

E inquanto i bapuri, 
Sta gran soçietae, 
Che ze una camora 
De inverno e de istae, 

Pe i siuri foresti 
Ch'i ha dao 'l capitai 
Qua fa i scovassini 
La speçie che val. 

Vardando a le spese 
Ch'i ha fato pe i Bagni 
Quel ciotego in mezo 
Fa fota e fa lagni, 

Perchè co quii bori 
Più gera razon 
Là inveçe de i pali 
Fahj i pie de modon. 

E tante oltre tante 
De garbo e de ciasso 
Poravo contahnde, 
Ma fa stomegasso! 

Insuma de tecniche 
De algebra e gius, 
De chimica e clinica 
Qua 'i ze un non plus. 

E qua infin de tanto 
Pe 'l furbo e cogion 
Riotolo 'l canto 
Parisse dalbon; 

Ma in pro de memoria 
De a cu j ponze i versi 
Gargossa sia a storia 
De Gravo mincion. 

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03 aprile, 2013

Tanto tuonò che piovve...

Oggi e solo per oggi si può serenamente dismettere il ruolo di rimestatori di guano e passare con un sorriso  a quello di osservatori leggendo i titoloni del Piccolo sulla nostra cronaca locale che per una volta non ha bisogno di essere commentata ne interpretata.


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02 aprile, 2013

Spariranno i "Corcai" dal Picolo Nio?


A Grado arrivati solamente i clienti “stanziali” delle seconde case

Titola così il Piccolo di oggi, ed è vero il "maltempo" ha rovinato la Pasqua ed ha evidenziato un fatto nessuno parla di noi:  è evidente il pericolo concreto che noi come comunità potremmo sparire.


Da studi demografici attendibili risulta che entro il 2050 i gradesi autoctoni scompariranno del tutto o comunque diventeranno numericamente inferiori ai "foresti".


Già ora il dialetto è in completa defaillance (termine derivato dagli occupanti francesi) è parlato interlacciato con termini in lingua o addirittura inglesi (a ricordo del rogo del Comun) ed è destinato a corrompersi sempre più visto che le mamme ne fanno pochi di pargoletti e, da quei pochi, pretendono la parlata in lingua.

Qualcuno tenta ancora di difenderlo o perlomeno ricordarlo ma è sempre più complicato per le interferenze triestine e friulane nella parlata comune.

Fatto sta che, dopo la migrazione forzata di quasi 1000 nostri concittadini (quasi tutte giovani coppie) verso i comuni limitrofi causa i prezzi inavvicinabili degli immobili a Grado, l' età media si è alzata di colpo e quelli che possono dire "nato a Grado" ormai sono ben pochi.

Finirà che Grado antica e anche la storia della nostra infanzia saranno oggetto di studi di antropologia (a proposito ho collaborato con una ragazza veneziana che ha fatto una tesi di laurea sull'antropologia gradese) e di etnologia che faranno ricostruzioni ardite e fantasiose sulla vita sociale e culturale degli abitanti di questo lembo de "sabion" strappato al mare e abitato all'epoca da protoveneti romanizzati.

Diventeremo fantasmi, ricordi, memorie; a questo punto sarebbe bene, seguendo l'idea in corso a Venezia raccogliere il DNA dei pochi rimasti per eventualmente clonarli in futuro.

"Cussì i corcali i sparirà dal sovo Picolo Nio e restarà solo al guano" 

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01 aprile, 2013

Pesce d' Aprile

http://www.mentecritica.net/i-10-saggi-del-villaggio-dei-puffi/informazione/cronache-italiane/gilda/34354/
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31 marzo, 2013

E' Pasqua



La Pasqua è uno di quei giorni che fa veramente la differenza tra chi è cristiano praticante e chi no.

Il Natale lo festeggiano anche in Cina, ormai. 

Santi e profeti e parole di vita eterna ce li hanno un po' tutti, ma un Dio che muore in croce per i nostri peccati ce l'hanno solo i cristiani, e ci teniamo.

Buona Pasqua a Tutti.


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30 marzo, 2013

Un Festival ...per sognare


A completamento delle fatiche del Festival l' analisi critica dei testi  da una chiave di lettura diversa dall' ordinario,  Matteo Marchesan  sogna e fa sognare con le parole.
Io approffitto per fare gli auguri di Pasqua a tutti, ma proprio tutti.
UN FESTIVAL … PER SOGNARE!

Ho voluto sperimentare una chiave di lettura diversa dei testi della 47° edizione del Festival
della Canzone Gradese, analizzandoli non singolarmente, ma considerandoli come canti del
grande poema della “ g r a i s a n i t à “, alla ricerca di un motivo ricorrente ed unificante, ed è stata – lo riconosco - un’esperienza nuova, utile e gratificante.

C’è un vocabolo trasversale che compare frequentemente nei testi dei brani presentati
quest’anno 2013 ed è “ s o g n o “ , parola che conferisce una chiara impronta a questa
rappresentazione, una svolta rispetto ai contenuti proposti lo scorso anno, segno che qualcosa sta
cambiando nella mentalità dei più giovani autori rispetto ad una visione segnata per molti dalle
difficoltà esistenziali nella vita di relazione, più volte rimarcata nelle ultime edizioni. 
Ben venga dunque un Festival… per sognare e per far sognare.

Certo, si può sognare per sfuggire alla realtà presente con le sue contraddizioni, indossando le ali
della fantasia e della pura immaginazione, ma anche per progettare il proprio futuro, per
migliorarsi, per ripensare al proprio percorso umano, per elaborare desideri, aspirazioni, magari
rischiando di cadere nell’illusione o addirittura nell’utopia, spesso devastanti e micidiali. Credo,
però, che in questo caso il termine abbia per lo più un significato positivo, se evidenziamo i testi in cui compare in forma esplicita o anche velatamente nascosta.

Seguendo rigorosamente l’ordine della presentazione ufficiale della serata, già la prima
canzone, “Un’ora de tu”, in cui Alessio cerca una “Nova emossion pe’ sognâ ,” e dice “Fâme vîve ‘l sogno… La gno vita co’ tu”, affronta questo concetto. Par di capire che si tratta di un sogno
irrealizzabile, illusorio, visto che la casa è ormai vuota, buia e sola, ma l’autore chiede
contraddittoriamente un’ora ancora, per cancellare definitivamente il ricordo di un legame.

In “L’onda sita” Riccardo afferma “Gravo tanto belo che par de vîve senpre drento in t’un sogno” e aggiunge “ma i sogni più beli xe quii che anche te confonde la mente”, lui che all’inizio dice “Son quel àlboro a mesa strada fra Gravo e Belvedèr”, per concludere “Quel àlboro son me… e nessun se acorze de elo”, lasciando spazio ad una speranza di riscatto, ad un’onda silenziosa che può far scomparire gli aspetti più bui dell’attualità.

No xe sima che pol ligâ a la vita / no xe palo che daga sicuressa” confessa, in “Comò sbruma de
un’onda” con una visione saggiamente pessimistica della vita nella sua brevità, paragonata alla
schiuma di un’onda, Renato, sognando “L’aqua calma, sigura, de laguna che se ‘npissa de luse
matutina”, cioè l’entusiasmo e la vitalità di “Do batèle ligae… dute do de prova”.

“Gravo cantòn de paradiso / logo de sogno de serenitae” canta Nevio in “Soravento buora”, in un
testo che rispecchia il suo essere tendenzialmente propenso alla fine ironia e alla frase franca e
che descrive con una narrazione realistica le situazioni meteo più critiche di Grado (piova, vento,
bufera, sionere), la quale, non ostante tutto, resta il suo “paese da sogno”, considerato in ciò che
ha di positivo, dove gli piace vivere. Il brano, che vince questa edizione del Festival bissando per
l’autore il successo dell’anno precedente, risulta da un miscuglio sapiente di ingredienti
apprezzabili.

Mi sono poi chiesto che cosa sogna Andrea, giunto terzo, con “Le gno busie più grande”, che canta il suo amore, nel dubbio se sia frutto di libera scelta o di un errore, se non addirittura dell’odio… ed è il sogno inespresso di un sentimento importante, che esca dal cuore troppo piccolo per contenerlo, per trovare un luogo dove possa essere ospitato nella sua totalità, in un “mar sensa onde”.

Beatrice, poi, scrivendo un canto d’amore intitolato proprio “Sogno”, inizia il primo verso in
seconda persona con “Sogna una porta ai confini del sielo” e poi riprende il motivo nel verso in
prima “Sogno che l’amor tra me e tu sia infinìo”: lo dice una ragazza di 16 anni, che ha cioè l’età
giusta per sognare e diventa, in un certo senso, l’emblema di questo nuovo indirizzo del Festival,
classificandosi con Elia e Mabel al secondo posto nei voti del pubblico. Sentirli parlare di infinito, di eternità e profondità dei sentimenti dà, sinceramente, i brividi!

Andrea in “Aqua alta” sembra, ad una lettura superficiale, decrivere un noto fenomeno
idrodinamico delle nostre lagune, rimanendo “con i piedi per terra”, se così si può dire in questo
contesto, ma ad un’analisi più in profondità si scopre il significato metaforico ed autobiograficointeriore del messaggio: “…tu me son cressùa drento…”, dove “…ormai xe duto un…”: il “mar de siroco al schissa, al lava, al sala per duto”, per comunicare che le tempeste purificano e danno nuovo sapore all’esistenza. Se questo non è un sogno…

Riconosco un certo pudore nel commentare il testo di Marco, studioso e letterato di livello,
intitolato “La Varvuola”, presentato con un’eccellente coreografia di grande effetto scenografico:
il personaggio rappresentato, espresso con un linguaggio esteticamente ineccepibile, tolta la
maschera, appare nella nudità della solitudine, della tristezza e dell’insicurezza . Il suo sogno è che la gente la ami, la applauda, la acclami, almeno per un giorno! Tutta l’umanità porta una maschera al volto ed è questa – sostiene amaramente Marco - la “normalitae”.

Andrea in “Quel giosso de me” prosegue con la sua linea – per così dire - “minimalista”, dosando
garbatamente in passato il tempo e ora se stesso, con una particella che si addormenterà
appoggiata all’anima dell’altra. E’ un sogno generazionale, svelato nel passaggio conclusivo al
plurale : “Sarà quel giosso de noltri a sfamâsse de sogni, e date novi ricordi”, dove sogno e realtà
convivono, per lenire il dolore, le lacrime, i sospiri, cercando nel firmamento l’astro più luminoso
per provare “la magia de un brivido”, un gesto d’amore che ha un nome.

“Tunin” di Gabriele si presta ad interpretazioni diverse: sul piano sociale è una denuncia contro la
marginalità; su quello umanitario è un invito a non dimenticare chi, uomo come noi, soffre nella
solitudine; su quello religioso è un atto di non-prossimità: “E li vardemo lassànduli ‘ndrìo”. Ma
comunque lo si voglia leggere, il testo si riferisce, con un chiaro, coraggioso e universale
ammonimento, all’impossibilità per qualcuno di sognare dovuta alla nostra indifferenza: “Ma che
zente semo se… se desmenteghemo che / oltri comò noltri no i possa mai sognâ”.

Ilario non è nuovo al tema del “sogno”, sul quale si è già espresso altre volte, e anche con rilevante successo.
 La sua “Ani Sessana” è la nostalgica rassegna della Grado di quegli anni “maravegiusi”,
”bei ricordi ‘ntel cuor”, “Sogni e puisie de ‘n tenpo che fu /Gravo à fato sognâ”, ravvisando nella
qualità dell’offerta musicale e dell’accoglienza agli ospiti la peculiarità di un tempo ormai
tramontato.

Sappiamo che Damiano coltiva l’ars e ne è un’ulteriore prova, se ancora ce ne fosse bisogno,
l’immagine di “Forcola e remo”, metafora di un amore condito con i segni del tempo, “de un remo stanco che va ‘vanti / co’ la forsa de l’amor”. E’ la fatica del vivere, che solo l’amore e lo stare insieme tenace riescono a superare, aprendo lo spiraglio ad un sogno che forse molti vorrebbero tacitamente realizzare. 
“Do cuori più lisieri” è una bella immagine della lievità, che vince la stanchezza e il dolore di una “forcola e remo fruai”.

Se -come dice Leonardo- la magia del Festival, nell’orientamento generale della
manifestazione, è che “i graisani i fa su al gemo de’ sogni, ricordi e speranse consando le nove
cansòn…”, l’analisi critica dei testi non può che confermare l’originalità e la vitalità di questa
tradizione, segno inequivocabile dei fermenti ideali e culturali che alimentano l’anima giovane dei
protagonisti.
 Grado, 28 marzo 2013
Matteo Marchesan

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29 marzo, 2013

Ritorna Natale a Pasqua

Che tempo, che tempo e non aver neppure uno straccio di Governo per poter sfogarci con un:
Governo Ladro.

In cambio a Grado, così tanto per portar sfiga, ci crogioliamo con una mostra di cristi e madonne tristi e ce ne vantiamo pure sui media.


A Pasqua RiArriva Natale, chissà a chi  è stata data la parte del Bambino Gesù. 

Tutto è rigorosamente storico, ad eccezione della cometa annunciatrice che è stata sostituita da un ufficio stampa di sedici fedelissimi. 

Al cenone governativo, previsto sotto l’albero di Pasqua, ci sono i doni che hanno chiesto. 

Chi un nuovo  partito, chi la stella da sceriffo, chi in premio qualche zona ancora vergine da sconvolgere. 

Qualcuno dell' opposizione, pur presente, sta zitto, si vede che avrebbe voglia di astenergliene quattro. 

Ma è troppo Pasqua.

Non manca la parte austera infatti  "La relazione amministrativo programmatica" non è particolarmente ottimista, così come è nello stile dell’estensore. 

Si apre con la previsione che entro il 2015 il reddito medio di un gradese sarà inferiore alla paghetta di un bimbo americano, gli investimenti saranno limitati ai rilanci a poker e la Punta Sdobba sarà invasa dai marziani  mentre, secondo un autorevole membro di giunta, la crisi dell’economia cittadina dipende soprattutto dallo scarso numero di suoi seguaci in posti di rilievo.

Che tempo, che timpi mamuli.

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