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17 maggio, 2021

la Regata

A Grado sotto la Serenissima fino al Seicento, la precedenza sul diritto d’uso dei beni comunali (fondali lagunari, valli da pesca ecc.) si disputava per mezzo di una regata, che si svolgeva in mare, fino ai banchi della Muggia, (che allora era bacino di pesca e chiusa da argini) su gondole de‚e anche ’barche bianche’ lunghe circa 10 metri " perchè si ungevano col sego onde fossero più veloci nell’andare ... e non si impegolavano mai".


Servivano in pari tempo per le fesࢢvità Pubbliche; si costruivano in Grado o negli squeri di Venezia ...


L’ultima di queste barche bianche venne distrutta‚a intorno al 1880 (vedi Caprin).


Più tardi, verso il diciassettesimo secolo, la scelta dei luoghi di

laguna, si scommetteva al gioco della sorte. (di solito si trattava del gioco della morra che si teneva all’ inizio della stagione nel casone dei "Biviacqua" - per intendersi "al cason de Vitige")


Cosi si è continuato a fare fino a qualche anno fa quando c’era ancora qualcuno che usava la Laguna professionalmente, ma una canzone ancora oggi ben nota tra i pescatori ricorda l’antica gara. La Regata De regata se veno impignao E de bando no cagia a suah! Forza in pope! Quel remo a premando, Che a stagando la resta de qua: Si a sta gondola in banda a subiando Za j passeno de duta briva! Oeh! ’l porcuzzo ne meta de ’mpegno Pope e prova per fahjla ࢡgnih! Ala! primi a tocah ’ndeno ’l segno Per la megio seragia ’nçernih! Di regata ci siamo impegnati e stando fermi no si suda! Forza a poppa! quel remo voga avanti, che a stare fermo la barca va male: si a questa gondola a fianco fischiando la sࢢamo passando a tu‚a velocità! Ohe porcellino meࢰci l’ impegno, Poppa e Prua per tenerla dri‚a. Ala! siamo primi a toccare e andiamo al tocco per scegliere la migliore Serrata. Val pena notare che Menego Picolo (Domenico Marchesini) usa un diale‚o gradese delle origini con termini non più consueࢢ e con l’ uso dell’ H finale che vale come accento. A me piace so‚olineare lo "Stagare e Premare" termini ormai dimenࢢcati ma importantissimi nell’ uso della "batela": premando: premendo; movimento del remo per far avanzare la barca; stagando: remo immobile o all’indietro per arrestarne la corsa.


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16 maggio, 2021

Vigilio e Placido De Grassi

Diverse sono le famiglie De Grassi e Degrassi di Grado, per storia e provenienza, una però si distingue con il soprannome di Comandaùri. Infatti, l’ultimo Comandaòr, di nomina veneta, è Giovanni de Grassi (1768-1836) antenato di quelli la cui storia narriamo oggi. Per prima cosa spieghiamo che il Comandador o Comandaòr era colui che nei paesi della Serenissima notificava gli ordini e i proclami delle varie magistrature cittadine alla popolazione. A Grado questo avveniva sotto la campana dell’Arengo, in Piazza Grande, oggi via Duca d’Aosta. Ma torniamo alle origini di questi de Grassi, che possiedono, fra l’altro, il più antico albero genealogico dell’Isola del Sole, databile intorno al 1789. Un disegno acquerellato che in alto riproduce anche il loro stemma. I de Grassi provengono dalla Carnia e dal Friuli, arrivando numerosi a Grado nel XVI secolo per colmare i vuoti lasciati dalle pestilenze del tempo. Capostipite è un tale Horazio fu Francesco che nel 1620 risulta padrino al battesimo di un Marchesan. Suo figlio Francesco nel 1641 sposa Marovensa della Torre, nativa di Caorle, che alla morte della suocera Pasqua Marin le subentrerà nell’importante incarico di levatrice comunale. Francesco era detto Forner, quindi era probabilmente un fornaio, professione che ritroveremo in alcuni dei suoi discendenti. Molti altri saranno, invece, sacerdoti ed organisti sia a Grado che in altre località del Friuli. Ricordiamo don Leonardo (1727-1790), organista del Duomo di Grado e per un periodo anche di Rovigno. Probabilmente è il primo insegnante di musica dei nipoti don Luigi (1766-1831) e don Leonardo de Grassi (1776-1856). Il primo è uno studente molto brillante, tanto da terminare in anticipo gli studi teologici, e viene ordinato sacerdote con dispensa papale, poiché era ancora minorenne. Diventerà l’organista emerito del Duomo di Cividale per quasi mezzo secolo e comporrà parecchie musiche sacre, di recente oggetto di studi e pubblicazioni nonché di bellissime esecuzioni. Il fratellastro Leonardo è pure lui un bravo organista, ma un prete indisciplinato, tanto da provocare severe reazioni da parte della Curia goriziana. Entrambi sono figli di Stefano (1736-1793), della prima moglie Maria Toso e della seconda Anzoletta Zardi. Nel 1772 il suddetto Stefano risulta membro del Patrio Consiglio come Deputato popolare ed è il padre di quell’ultimo Comandaòr citato in apertura, Giovanni detto Zuanne che di professione fa il fornaio, ma che sotto l’amministrazione austriaca diventerà anche Scriba comunale, come il fratello Michiel (1783-1840). Una delle figlie di Giovanni, Maria (1801-1875), sposa Giacomo Scaramuzza detto Mòdole, che sarà podestà dell’isola dal 1852 al 1860, ed è quindi la madre del patriota e letterato Sebastiano e del farmacista Antonio, che sarà pure lui podestà di Grado, nonché nonna dei vari Marchesini. Sono i germogli di quel legame fra i De Grassi, gli Scaramuzza e i Marchesini che permetterà loro di dominare la cittadina balneare per quasi un secolo. Luigi de Grassi (1809-1890), seguendo le orme del padre Giovanni e dello zio Michiel, diventa Segretario comunale, mantenendo l’incarico per più di quarant’anni e meritandosi l’appellativo di Penna del diavolo. Anche il suo secondogenito Francesco (1853-1935) occuperà lo stesso posto del padre, per altri quaranta anni e si occuperà attivamente di politica nel Partito liberale, fondato a Grado nel 1896. Francesco si sposa con Matilde Marchesini, sorella dei tre podestà dell’isola, e in quei decenni che vanno dalla fine dell’800 al primo dopoguerra le decisioni politiche e amministrative si prendono a Villa Matilde, di sua proprietà, che perciò i gradesi chiamano scherzosamente “il Vaticano”. Francesco e Matilde hanno ben nove fra figli e figlie, due dei quali – Ugo e Giuseppe (padre di Aquilio) – saranno anch’essi Segretari del Comune di Grado. Una figlia, Aquilina, sposerà il chirurgo Smareglia ed altri due figli lasceranno il segno nella storia di Grado e non solo: Vigilio e Placido. Vigilio nasce nel 1889 e fin da ragazzo dimostra un grande interesse per la storia locale, si laurea in architettura ed in ingegneria, lavorando poi con il fratello Placido, ingegnere. All’inizio degli Anni Venti esegue le prime ricerche archeologiche, la sua grande passione, e i primi rilievi del centro storico della cittadina natale. Sua anche l’operazione Iulia Felix, cioè lo scavo subacqueo della nave romana rinvenuta al largo di Grado. Viene nominato ispettore onorario dei monumenti e su alcune di queste numerose ricerche Vigilio De Grassi dà alle stampe articoli e pubblicazioni che citiamo: “Le subacquee di S. Gottardo a Grado” (1952), “Il mausoleo di Aquileia” (1956), “Memoria sulle variazioni morfologiche dei litorali marini della laguna di Grado”, assieme al fratello Placido nel 1957, e molto altro. Grazie ai rilevamenti effettuati negli anni ’30 compilerà una mappa archeologica della laguna. Ma altrettanto importante è il suo apporto alla trasformazione del tessuto urbano gradese che investe importanti opere pubbliche e private. Un’attività che continueranno Franco, Mario e Paolo De Grassi – figli di Placido – tutti ingegneri, che vivono a Roma. L’archivio di Vigilio passerà, invece, al nipote Mario Smareglia che tuttora lo custodisce, mentre la passione per la storia sarà ereditata dai cugini del ramo di Villa Ercole. Giovanni (1849-1930), figlio di Luigi e fratello maggiore di Francesco, costruisce, infatti, la suddetta Villa Ercole che è ancora intatta, all’incrocio dei due rami del viale. La sua discendenza (caratterizzata da generazioni lunghe, con quasi un secolo di distacco fra lui e i nipoti) è assicurata da quattro maschi e due femmine, nati dal matrimonio con Giovanna Marchesan. Fra questi ricordiamo Luigi che diventerà insegnante e musicista, Giovanni che è padre di quel Ferruccio medico ortopedico e autore di alcuni libri (fra cui “Grado. All’ombra di S. Michele”) e infine Giusto, padre di Marino, nonché nonno sia di Chiara, sostituto procuratore presso il Tribunale dei minori, che di Massimo, attuale professore di storia dell’arte contemporanea all’Ateneo triestino. Soffermandoci su questi ultimi sarebbe impossibile citare tutte le loro opere, ma è bene ricordare che Marino (classe 1945), dopo aver svolto la professione di avvocato ed aver insegnato storia del libro all’Università di Udine, si è dedicato completamente alla sua casa editrice, Edizioni della Laguna, senza mai trascurare l’attività politica, che lo ha visto consigliere comunale di Grado, consigliere e assessore provinciale alla cultura e, da pochi mesi, presidente della Grado Impianti Turistici. Il nipote Massimo è autore di svariati libri e curatore di mostre d'arte e dei rispettivi cataloghi.


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15 maggio, 2021

il Silenzio e Piero














Lagreme e mussi
. Solo qua‚tre parole per cementare un ricordo. Piero se n’ è andato così all’ improvviso, lasciando un buco, un senso di vuoto lacerante in tutti noi che facevamo parte del suo mondo. Alla morte di qualcuno le cose che ti legano non sono mai chiuse. Scopriamo, inevitabilmente, che non abbiamo de‚o tu‚o quello che avevamo da dirgli. Ci sono sempre cose in sospeso, non importa se piccole o grandi, e le rimandiamo ad uno di quei tanti domani che esistono si ma, e non ce ne rendiamo conto, in numero finito. Chi muore si porta via tu‚o questo, chi muore interrompe una conversazione. 

Ed è difficile, dopo, farne a meno. 

Ciao Piero Vadori, ora e per sempre la tua anima galleggerà fuori della finestra del mio cuore.Si dice che ogni persona è un’isola,


e non è vero,


ogni persona è un silenzio,


questo sì,


un silenzio,


ciascuna con il proprio silenzio,


ciascuna con il silenzio che è.


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14 maggio, 2021

Ninna Nanna






Solo due piccoli esempi di canzoni popolari di un tempo:


no ze più ponto forte ze la fele

 e cagiua de buora, 

qua a cason consemo stieti

 l’ arte e le batele per no perde al ponto co fa bon.

 Me domandè indola vago cò le arte? 

vago potando su le restie de ’l mar i rimi in barca e cò la vela in parte 

a pescà quela che me vol amà. 


Ninna Nanna


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13 maggio, 2021

I gabbiani--- i Corcali

  Corcal


No sé ‘ndola i corcali i abbia al nio,

‘ndola i cata pase,

me son comò ili,

sempre in volo.

La vita la sfioro.

Comò ili in acqua per magnà,

comò, forsi, ili me piase la quiete,

la gran quiete marina,

ma ‘l gnò destin xe vive,

veleggiando in caligà.

Per Grado...


L’Isola                                                                          L' Isola


Riempire lo sguardo del                                               Impinisse al vardo del

verde acceso della pianura,                                          verde impissao de la tera   

poi aspettare l’ultima curva,                                         dopo, 'spetà l' ultima curva,

chiudere gli occhi ed aprirli                                          serà i vogi e verzeli

in mezzo al vasto azzurro                                            in mezo a l' azuro

tra cielo e mare, in una                                                tra sielo e mar, in una

luce biancheggiante che                                              luse bianca che

si allunga fino alla prima                                             che se slonga fin a la prima

fila di case e poi oltre                                                  fila de case e pò oltra

la curva linea dell’orizzonte.                                        la curva linea de l' orizonte.


Sentirsi sospesi su quella                                            Sentisse suspisi su quela

strada appoggiata sull’acqua                                      strada pusagia su l' aqua

e guardarsi intorno alla                                              e vardasse  'torno 

ricerca di un approdo più                                           cercando un porto più

sicuro: strisce di sabbia e                                           siguro: strisse de sabion e

qualche fazzoletto di terra                                         garghe fassoleto de tera

interrompono la continuità                                        i rompe la linea

tremolante delle onde                                                tremolante de le onde


e l’isola appare salda                                                 e l' isola la par salda

pur nel fluttuare dei confini.                                      anche se gambia i confini.


LMarano





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12 maggio, 2021

giocare tra le cube

bimbi che giocano a de sconde, a corese drio, al male, a la poma al vaso, a canditi (e qui una secchiata di sangola poteva colpire tra le calli) a balon, al brondolo ( quante lastre rote), a la mussa (variante mussa longa) a le stinche, a spade, co ‘l sercio, ai quatro cantuni a la setemana, a cartuline, a dai, a soltà la corda, a gogogeto, ai butuni, la peta, le mine de carburo (quante bruciature e pache successive a casa) a le vistiae, a fasse la baraca.


Bimbi che nonostante le condizionidifficili,

 erano felici.


Oggi hanno lo smartphone che sostituisce tu‚o questo. (bela Roba)


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11 maggio, 2021

Etrofizzazione

Filastrocche per tutte le occasioni:


Gera una volta ^ Piero se volta ^ cage una sopa — Piero copa — Cage un bocon — Piero xe un molton.



Pisso pisselo — del nono macanelo — gera una scatola de arzentini — duti beluti duti finì — gera duti de un color — Domenico sìor dotor — sior dotor magna panada — sete sol la setemana — duti core co 7 stìopetdÉà- e canpana a marteleto — duti core co 7 so stiopon — e conpana a martelon.


Gaio gaiina — comare Minighina — ’ndola xe la femena — femena xe in banco B 'ndola xe 7 banco — 7 fogo lo ha brusao — 'ndola xe l’aqua^- i luvi Vha bevua -SÈndola xe luvi — i luvi xe sui munti — yndola xe i munti — la neve li coverti — 'ndola xe la neve — la neve la xe in tera — e pei Santa Burela cu che rie cu che favela — cu che mostra i dinti bianchi R i daremo un pugno soto i fianchi.


***


Nona sbrinona — i anzuli che sona w&d preti che canta ■— Signor de l’aqua santa — co una man de oro — co una ma de arzento — doman farà bon tenpo — se bel tenpo farà - Madona passarà — la passarà pe un canpo — là che sarà u gran santoWg- la passarà pe la ciesa — i issarà la bandiera - passarà pe la sagristia B- e la prucission sarà finia.


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10 maggio, 2021

UN Granzo Poro

sotto la terza bitta del molo Torpedinere


C/O la barca de sior Ennio parangaloto Istrian


E’ mitica quella striscia di Charles Schulz dove sotto una pioggia battente Linus citando il Vangelo


dice: “Piove sui giusti e sugli ingiusti” e il bracchetto Snoopy pensa … “ma perché anche su noi


che stiamo in mezzo?”


Noi che stiamo in mezzo…. né giusti né ingiusti, né buoni né cattivi, né bravi né incapaci. In


mezzo…


Eh caro graso... quante volte mi sono trovato così: né otto né quattro … diciamo sei meno.


“Professore dai la prego non 5/6 mi dia almeno 6 meno“. Per poter dire a casa che la sufficienza


era stata presa.


Sì perché noi che stiamo in mezzo siamo fatti così: vorremmo tanto essere Giusti. E Buoni. E


Bravi.


E a 12 anni soprattutto Fighi!


Con quanto ammirazione a 12 anni guardavo i ragazzi che i gransi pori li prendevano CON LE


MANI … CON LE MANI!!!!


Quelli erano FIGHI!!! Loro che dicevano “ Ieri, in apnea sulle pietre di San Gottardo ne ho presi 3


chili!”.


E io pensavo “ANCH’IO, ANCH’IO!!!! VOGLIO ESSERE COSÌ. Anch’io voglio aver coraggio di


affrontare quelle chele nere“. Ma ovviamente la mia paura era più grande.


E qui la storia dovrebbe finire. Da una parte i coraggiosi e fighi e dall’altra… Beh io con tutti gli altri


Ma non finisce così perché noi che stiamo in mezzo siamo disposti a ricorrere alla bugia, al


mezzuccio, all’inganno per essere fighi o almeno per sembrarlo.


Per cui quel giorno a 12 anni quando ti ho visto sotto sopra una pietra, là nell’ acqua, sotto terza


bitta del Portisin ho pensato davvero che era arrivato il mio momento e con paura e trepidazione ti


ho FIOCINATO


La fiocina, la bugia, il mezzuccio, il tranello dei paurosi.


Il 5/6 …“No professore almeno 6 meno”


Scusa, scusami. Il re dei granchi dovrebbe essere affrontato con maggior rispetto.


Scusami per quella fiocinata che ha nutrito il mio orgoglio di ragazzino…


Quando a casa, assieme alle 5 seppie legittima preda del fiocinatore, ti ho messo nella vasca della


cucina credo mia mamma abbia pensato “ E adesso cosa faccio al boreto con un granso solo?”


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09 maggio, 2021

Gasteropodi


Avanzando  lungo la spiaggia, vedi una madre serenamente abbandonata su una sdraio e ogni tanto da una occhiata distratta ai due pupetti quattrenni, che giocano con secchiello e paletta e, sul bagnasciuga, guardano i granchiolini.


«Mamma, mamma! 


Varda, ‘sti gransi che che i fa! I zè un sora de che l’oltro!  Fa il piccolo, scandalizzato.

«Ihh, co longa che tu la fa… te he spiegao che i zè marì e mugér e i zè drio dasse i basitti!»

«Ma no, mama! No i pol esser marì e mugèr! Zè do masti co ‘na femena in mezo!»

E la madre, senza scomporsi:

«E alora?, beata la femena!»



Per rimarcare da quante stagioni tutto questo succede voglio ritornare agli albori turistici nel 1854, quando la Grado turistica muoveva i primi passi ed emetteva i primi vagiti sotto forma di regole ed ordinanze del Podestà di allora.


In una Grado che, agli inizi del turismo balneare, si muoveva in fretta sotto la spinta e le visioni dei "foresti" che percepivano le potenzialità del Paese e costruivano a più non posso, già allora sempre foresti, stranamente la balneabilità, che pure era chiaro fosse una componente essenziale dell'offerta turistica, fu pensata e mantenuta dalle origini, intorno al 1854, pubblica non privata.


Una delle ragioni, oltre al rischio economico, fu la bigotta moralità del tempo chevietava il bagno all'aperto in promiscuità di maschi e femmine.


Il Podestà di Grado aveva emesso ordinanza di divieto agli uomini anche di semplicemente avvicinarsi alla diga prospiciente al Bagno delle Donne che era riservato.


Fare il bagno all'aperto era considerato pericoloso per la moralità pubblica e tale divieto rimase a difesa dei costumi dell'epoca sino ai primi '900.A tale proposito le cronache riportano che Ippolito Nievo, beccato in fallo, scrive alla madre di aver ricevuto una multa nel 1856 perchè, contro l'ordinanza, avrebbe passeggiato lungo la spiaggia riservata alle donne  e subito denunciato da una signora per offesa alla sua pudicizia.


Mo Dio co beli! 


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08 maggio, 2021

Femene in Spiaggia

donne in spiaggia

Una fauna speciale con procedure ed atteggiamenti ancestrali incrostati di tradizione e avvolti dal mantello della parlata tradizionale "Al Graisan".


Scene di spiaggia


Le due donne sono madre e figlia. Arrivano al mare ogni pomeriggio con l’eleganza con cui le signore del primo Novecento scendevano in spiaggia: 

la figlia con un tubino semplice e una gran borsa di paglia, la madre con uno chemisier blu, il cappello bianco a tesa larga, ed al collo il foulard di Hermés di seta. 

Si cambiano in capanna, indossano i loro due costumi interi, rigorosamente blu, e i cappelli da spiaggia, perché le vere signore hanno il cappello da spiaggia diverso da quello da passeggio, e coordinato al costume. 

Poi, altere come si conviene a due nobildonne   vanno a fare la passeggiata lungo il bagnasciuga, chiacchierando fra loro, incuranti del caldo di fuoco, e benignamente salutano chi incrociano lungo il tragitto. 

Parlano tra loro e con gli altri rigorosamente in dialetto, perché a Grado, anche se sei un signore, l’italiano lo usi solo per interagire co’ i foresti.

Sulla battigia sembrano il risultato di un’eleganza antica e perduta, fuori dal tempo e perciò eterna.


La facciata di formalismo sembra frantumarsi quando la figlia, alzatasi dalla sdraio, chiede alla madre:

 «Tu vien a bagnate i pìe, che fa coldo?» 

E la madre, olimpicamente serafica, risponde: 

«Vegno, ma no serve a ninte ‘ndà in acqua, incùo: la zè colda comò al pìssosso!»


Avanzando  lungo la spiaggia, vedi una madre serenamente abbandonata su una sdraio e ogni tanto da una occhiata distratta ai due pupetti quattrenni, che giocano con secchiello e paletta e, sul bagnasciuga, guardano i granchiolini.


«Mamma, mamma! 


Varda, ‘sti gransi che che i fa! I zè un sora de che l’oltro!  Fa il piccolo, scandalizzato.

«Ihh, co longa che tu la fa… te he spiegao che i zè marì e mugér e i zè drio dasse i basitti!»

«Ma no, mama! No i pol esser marì e mugèr! Zè do masti co ‘na femena in mezo!»

E la madre, senza scomporsi:

«E alora?, beata la femena!»



Per rimarcare da quante stagioni tutto questo succede voglio ritornare agli albori turistici nel 1854, quando la Grado turistica muoveva i primi passi ed emetteva i primi vagiti sotto forma di regole ed ordinanze del Podestà di allora.


In una Grado che, agli inizi del turismo balneare, si muoveva in fretta sotto la spinta e le visioni dei "foresti" che percepivano le potenzialità del Paese e costruivano a più non posso, già allora sempre foresti, stranamente la balneabilità, che pure era chiaro fosse una componente essenziale dell'offerta turistica, fu pensata e mantenuta dalle origini, intorno al 1854, pubblica non privata.


Una delle ragioni, oltre al rischio economico, fu la bigotta moralità del tempo chevietava il bagno all'aperto in promiscuità di maschi e femmine.


Il Podestà di Grado aveva emesso ordinanza di divieto agli uomini anche di semplicemente avvicinarsi alla diga prospiciente al Bagno delle Donne che era riservato.


Fare il bagno all'aperto era considerato pericoloso per la moralità pubblica e tale divieto rimase a difesa dei costumi dell'epoca sino ai primi '900.A tale proposito le cronache riportano che Ippolito Nievo, beccato in fallo, scrive alla madre di aver ricevuto una multa nel 1856 perchè, contro l'ordinanza, avrebbe passeggiato lungo la spiaggia riservata alle donne  e subito denunciato da una signora per offesa alla sua pudicizia.


Mo Dio co beli! 


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