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31 dicembre, 2022

LUCIANO E GIANNI CAVALIN


                                                        Gravo-Biutiful Cauntri


Gianni Marchesan, detto popolarmente “Gianni Cavalin” è l' ultimo del Trio Saltapasti,  uno dei  personaggi della nostra Isola che ha lasciato traccia di sé attraverso le parole delle sue canzoni.

Abile e geniale artigiano, maestro nella lavorazione di imbarcazioni e nell' uso della resina, si è inventato metodi di costruzione nautica innovativi, ha costruito imbarcazioni vincenti nel settore della nautica a vela.


Ma la sua passione è la musica che compone, in coppia con Luciano Facchinetti detto "Siego"alle musiche, con testi che rappresentano uno spaccato straordinario della Grado degli anni settanta.

Bravo musicista e fine umorista assieme all'amico "Siego" e ad Arturo Marin formò il Trio Saltapasti scrivendo tra le più belle e cantate canzoni della Grado popolare e allegra.


Questa canzone di Ciano in cui ha collaborato indica con chiarezza il tipo di  satira musicale che propone il trio.Saltapasti.
Intento critico nel descrivere situazioni paesane pessime ma con il sorriso senza mai prendersi troppo sul serio.
.
La vanità si deve fermare di fronte alla necessità:

"POVERO MA IN CAPELO"

L’elegansa la me piaze,
ma se vago drìo la moda,
la scarsela resta svoda
e me toca dimagrì

e se anche le vetrine
le hà vistiti in abondansa, 
co’ trascuro la gno pansa
più no posso caminà.

Me cavao sto capricio
Ma, se a posto xè la testa
Al gno stomego protesta
E nol sente la ragiòn

Co’ le ganbe che se piega
No me tiro su de’ leto
E stasera un bel boreto
Col capelo me farè.

Ritornello 

Me basta ve’ ‘un capelo
Se vogio comparì
Ma do sardele in tola
Te vol pe’ no murì
E duta la fadiga
Xè quela de studià…
Se devo fame belo 
O tome de magnà !

( finalino )

O tome de magnà 


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30 dicembre, 2022

HOMO PALUANTES E IL TESORO DI ATTILA


 Giovanni Marchesan "Stiata", quasi fosse un antropologo, ha scolpito con le parole le figure assolutamente originali e centrate della nostra umanità gradese.

In questo piccolo saggio,  dà la visione  di quella che è l' immagine ancestrale dell' uomo gradese:



L' homo paluantes



Ara qua noltri de 'ste lagune, inverni umidi e lunghi, caligo che te va drento i ossi,  paese svodo.. 'vilio?  No! no cedemo! 

Un goto de vin comò medicamento e se tiremo sù, 'ndemo 'vanti!


Po', te riva l' istae co' la brusera, i foresti, al sol che te bate su i sintiminti, i mossati, le aleghe. 

Un goto de vin e "La Vita continua" .


"L'uomo è un animale dotato di intellighenzia noi siamo il cosidetto "HOMO SAPIENS" : 

L'omo de la sapienzia e magnevemo gransi in fogo, incuo magnemo polastri solo se i xe rusti però!


Geri viveveno in t'un cason e durmiveno per tera.

"Oggi, letto alla francese con materasso Spermaflex e villetta in zona residenziale'!

e sì cussì va 'l mondo perchè quà ne ''L 'Isoladelsole" no' vinse "l' omosapiens" no

Qua vinse l'isola e no' ha valso ne i punti ne le strae che ne liga a 'l mondo.!


No ha valso nianche le vogie de cason che se cagiuo a qua co' 'l tenpo...  


No ha valso ne ostrogoti, ne furlani, ne tudischi, ne taliani no ha valso ne la prima ne le ultime guere.  Ninte e nissun ha valso qua!


Palù gera e palù resta qua intorno,  e un poco anche qua drento forsi.

Cu che se stabilisse a qua, in questa isola, poco a la volta perde le so' abitudini, al so' modo de vive, de esse.


Cù che loga a qua, se trasforma pianpian de "Homo Sapiens" a "Homo paluantes"

Si. signori!! Omo de la palude "nel bene ma sopratutto nel male!"- 


No' savaravo dì se xe 'l sol, al salso o  'l sabion che rispiremo o se xe 'l palu co' i so' miasmi.

Me no'savaravo dì, ma par che drento qua de le nostre teste i seculi sia passai per ninte e che 'l tenpo de Atila, de Francescogiusepe  al tenpo del duce o quel de Pipo Baudo sia duto un, sia duto un ninte.

Par che al tenpo a qua no' lassa segno.



Attila, il flagello di Dio, è sempre stato considerato il responsabile delle devastazioni che spinsero gli abitanti della Altino romana ad abbandonare la città e ritirarsi nelle lagune. Attila sarebbe quindi responsabile, in ultima istanza, dell’origine di Venezia. Tuttavia i nuovi dati  contrastano palesemente con questa tesi, costruita probabilmente ad arte dai veneziani per ammantare di leggenda le proprie origini. E in questo divertente monologo in veneziano, è lo stesso re unno a difendersi dalle accuse ingiuste e chiedere, finalmente, che i veneziani smettano di diffamarlo.

Attila è un caucasico che si nomava con il nome di Etzel al Gera un turco capo de una tribù mista da sti Unni che i vigniva dal Caucaso e se ha messo con i goti, oltre peso de sti qua che i me pareva ancora peso, Gera mundi fredo in quel anno della fine del 400 co un fredo bestia e al nostro unno goto e ostrogoto ingranai quattro castroni, roba de do metri e gargossa carichi de armi, spade archi e frecce ha deciso dopo una riunione co le femmine, i hs deciso che le gerre i stava mal e lordi ze andai in  Gera  de ’ndà verso la calura continentale e cussìi se ha ingrumao un pochi per la pianura francese, i xe ’dai fin a Parigi, qui altri col capo Atila verso la pianura padana, e i altri nel 430 i ze rivai verso Aquileia, per spacà duto, i ne aveva dito i romani che i Gera pini de achei. Ma no Gera mundi robe de spacca e nella furia sti Unni i dovuo resta un do anni prima de cali fora,  savè comò che ze i furlani e i francesi, ze zente dura i li ha lassai qua, combattendo senza ciapà niente, che delusione per sto povero capo Atila, i romani i voleva paga in oro la popolazione e za che i Gera io ha messo insieme una squadra de cavalieri,  i ze ’dai verso Grado e subito dopo verso Altino, ma  in ste lagune Gera poco de ciapà e sto popol,co le lagune se incaricheremo de fango, cò la fame che Gera in Palù le pantegane le se magnerà ogni ben de dio,   Tu vol mete dopo do ani de guerra , pochi soldi de ciapà e vareremo le pantegane che le magneva la sella dei soldati, , e cussi nel 432 carghi de oantegane vemo occupai Gravo, ma Gera miseria e con una giravolta gli  unni goti e ostrogoti i se ha rivolto coi altri presso la pianura padana presso Altino e subito dopo Venezia  puntando dopo. verso Pavia.

Dopo che i se ha   calmao, così del 434 il nostro capo etzel è tornato verso la sua città Etzlburg  Che tradotto in ungherese del tempo la città si chiamava Budapest.    Una bela gita e i denari di risulta sono a disposizione del re unno morto e sepolto nel loro forte in Ungheria.

Questa è la storia semiseria di un re che per eliminare le donne, pensava seriamente di bollirle con l’ olio e mangiarsele, ma una suora de nome  ardarico, con la moglie e con l’aiuto di tramano in  letto trafigge con la spada il suo leggendario capo anno Atila detto Etzel, ho saputo dopo  da amici maranesi che il tesoro di Attila sia vicino alla nostra laguna, ma non è vero, una nuova fiaba per il grande capo Attila.

La leggenda di Attila ha però un esito misterioso. Non si conosce infatti dove sia sepolto Attila e questo mistero è stato alimentato anche dalla credenza popolare che insieme al re fosse sepolto il suo tesoro, ovvero che aveva accumulato dopo una vita di razzie.

Sta di fatto che di leggende su questa tomba e sul suo tesoro ce ne sono tantissime. Si dice infatti che coloro che hanno sepolto il re degli Unni siano stati tutti uccisi subito dopo il funerale, in modo tale che nessuno potesse mai conoscere il luogo esatto della sepoltura. E addirittura viene scomodato anche il fantasma di Attila, che ogni notte si sveglia per contare le monete e le ricchezze del tesoro con lui sepolto, per controllare che nulla sia a lui sottratto.

Sta di fatto che di leggende su questa tomba e sul suo tesoro ce ne sono tantissime. Si dice infatti che coloro che hanno sepolto il re degli Unni siano stati tutti uccisi subito dopo il funerale, in modo tale che nessuno potesse mai conoscere il luogo esatto della sepoltura. E addirittura viene scomodato anche il fantasma di Attila, che ogni notte si sveglia per contare le monete e le ricchezze del tesoro con lui sepolto, per controllare che nulla sia a lui sottratto.

Giovanni Marchesan "Stiata", quasi fosse un antropologo, ha scolpito con le parole le figure assolutamente originali e centrate della nostra umanità gradese.

In questo piccolo saggio,  dà la visione  di quella che è l' immagine ancestrale dell' uomo gradese:



L' homo paluantes



Ara qua noltri de 'ste lagune, inverni umidi e lunghi, caligo che te va drento i ossi,  paese svodo.. 'vilio?  No! no cedemo! 

Un goto de vin comò medicamento e se tiremo sù, 'ndemo 'vanti!


Po', te riva l' istae co' la brusera, i foresti, al sol che te bate su i sintiminti, i mossati, le aleghe. 

Un goto de vin e "La Vita continua" .


"L'uomo è un animale dotato di intellighenzia noi siamo il cosidetto "HOMO SAPIENS" : 

L'omo de la sapienzia e magnevemo gransi in fogo, incuo magnemo polastri solo se i xe rusti però!


Geri viveveno in t'un cason e durmiveno per tera.

"Oggi, letto alla francese con materasso Spermaflex e villetta in zona residenziale'!

e sì cussì va 'l mondo perchè quà ne ''L 'Isoladelsole" no' vinse "l' omosapiens" no

Qua vinse l'isola e no' ha valso ne i punti ne le strae che ne liga a 'l mondo.!


No ha valso nianche le vogie de cason che se cagiuo a qua co' 'l tenpo...  


No ha valso ne ostrogoti, ne furlani, ne tudischi, ne taliani no ha valso ne la prima ne le ultime guere.  Ninte e nissun ha valso qua!


Palù gera e palù resta qua intorno,  e un poco anche qua drento forsi.

Cu che se stabilisse a qua, in questa isola, poco a la volta perde le so' abitudini, al so' modo de vive, de esse.


Cù che loga a qua, se trasforma pianpian de "Homo Sapiens" a "Homo paluantes"

Si. signori!! Omo de la palude "nel bene ma sopratutto nel male!"- 


No' savaravo dì se xe 'l sol, al salso o  'l sabion che rispiremo o se xe 'l palu co' i so' miasmi.

Me no'savaravo dì, ma par che drento qua de le nostre teste i seculi sia passai per ninte e che 'l tenpo de Atila, de Francescogiusepe  al tenpo del duce o quel de Pipo Baudo sia duto un, sia duto un ninte.

Par che al tenpo a qua no' lassa segno.



Attila, il flagello di Dio, è sempre stato considerato il responsabile delle devastazioni che spinsero gli abitanti della Altino romana ad abbandonare la città e ritirarsi nelle lagune. Attila sarebbe quindi responsabile, in ultima istanza, dell’origine di Venezia. Tuttavia i nuovi dati  contrastano palesemente con questa tesi, costruita probabilmente ad arte dai veneziani per ammantare di leggenda le proprie origini. E in questo divertente monologo in veneziano, è lo stesso re unno a difendersi dalle accuse ingiuste e chiedere, finalmente, che i veneziani smettano di diffamarlo.

Attila è un caucasico che si nomava con il nome di Etzel al Gera un turco capo de una tribù mista da sti Unni che i vigniva dal Caucaso e se ha messo con i goti, oltre peso de sti qua che i me pareva ancora peso, Gera mundi fredo in quel anno della fine del 400 co un fredo bestia e al nostro unno goto e ostrogoto ingranai quattro castroni, roba de do metri e gargossa carichi de armi, spade archi e frecce ha deciso dopo una riunione co le femmine, i hs deciso che le gerre i stava mal e lordi ze andai in  Gera  de ’ndà verso la calura continentale e cussìi se ha ingrumao un pochi per la pianura francese, i xe ’dai fin a Parigi, qui altri col capo Atila verso la pianura padana, e i altri nel 430 i ze rivai verso Aquileia, per spacà duto, i ne aveva dito i romani che i Gera pini de achei. Ma no Gera mundi robe de spacca e nella furia sti Unni i dovuo resta un do anni prima de cali fora,  savè comò che ze i furlani e i francesi, ze zente dura i li ha lassai qua, combattendo senza ciapà niente, che delusione per sto povero capo Atila, i romani i voleva paga in oro la popolazione e za che i Gera io ha messo insieme una squadra de cavalieri,  i ze ’dai verso Grado e subito dopo verso Altino, ma  in ste lagune Gera poco de ciapà e sto popol,co le lagune se incaricheremo de fango, cò la fame che Gera in Palù le pantegane le se magnerà ogni ben de dio,   Tu vol mete dopo do ani de guerra , pochi soldi de ciapà e vareremo le pantegane che le magneva la sella dei soldati, , e cussi nel 432 carghi de oantegane vemo occupai Gravo, ma Gera miseria e con una giravolta gli  unni goti e ostrogoti i se ha rivolto coi altri presso la pianura padana presso Altino e subito dopo Venezia  puntando dopo. verso Pavia.

Dopo che i se ha   calmao, così del 434 il nostro capo etzel è tornato verso la sua città Etzlburg  Che tradotto in ungherese del tempo la città si chiamava Budapest.    Una bela gita e i denari di risulta sono a disposizione del re unno morto e sepolto nel loro forte in Ungheria.

Questa è la storia semiseria di un re che per eliminare le donne, pensava seriamente di bollirle con l’ olio e mangiarsele, ma una suora de nome  ardarico, con la moglie e con l’aiuto di tramano in  letto trafigge con la spada il suo leggendario capo anno Atila detto Etzel, ho saputo dopo  da amici maranesi che il tesoro di Attila sia vicino alla nostra laguna, ma non è vero, una nuova fiaba per il grande capo Attila.

La leggenda di Attila ha però un esito misterioso. Non si conosce infatti dove sia sepolto Attila e questo mistero è stato alimentato anche dalla credenza popolare che insieme al re fosse sepolto il suo tesoro, ovvero che aveva accumulato dopo una vita di razzie.

Sta di fatto che di leggende su questa tomba e sul suo tesoro ce ne sono tantissime. Si dice infatti che coloro che hanno sepolto il re degli Unni siano stati tutti uccisi subito dopo il funerale, in modo tale che nessuno potesse mai conoscere il luogo esatto della sepoltura. E addirittura viene scomodato anche il fantasma di Attila, che ogni notte si sveglia per contare le monete e le ricchezze del tesoro con lui sepolto, per controllare che nulla sia a lui sottratto.

Sta di fatto che di leggende su questa tomba e sul suo tesoro ce ne sono tantissime. Si dice infatti che coloro che hanno sepolto il re degli Unni siano stati tutti uccisi subito dopo il funerale, in modo tale che nessuno potesse mai conoscere il luogo esatto della sepoltura. E addirittura viene scomodato anche il fantasma di Attila, che ogni notte si sveglia per contare le monete e le ricchezze del tesoro con lui sepolto, per controllare che nulla sia a lui sottratto.



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LA SABBIA E GRADO


 Per quella luce che piove dal cielo terso, di un azzurro che pare finto e uscito da un quadro. 


E’ un azzurro che abbiamo solo noi, un cielo che pare fatto d’acqua e nell' acqua si specchi, un cielo che ti fa vedere le montagne come se fossero dietro l’ angolo.


C’è un’aria di primavera e di calore che esce dalle pietre come se fosse voglioso di mostrarsi dopo tutto l’umido invernale.

Noi gradesi usciamo da casa tutti, nei nostri campielli e nelle nostre piazze, per passeggiare  e chiacchierare con gli amici con un bicchiere in mano, che in questo paese  è la cosa che ci riesce meglio.


Quando la primavera bussa, noi rispondiamo. 


La primavera è come un colpo di fulmine: arriva.


 Il giorno prima sei intabarrato nel tuo piumino e giuri  che mai mai mai lo toglierai, e il giorno dopo molli le sciarpe, lanci i maglioni, sogni di togliere le scarpe e correre a piedi nudi in spiaggia.

 Il tepore ti coccola e ti seduce, ti spinge piano piano ad abbandonarti per una mezz’ora su un muretto assolato, a sederti pigro sui gradini di una chiesa, a fermarti a chiacchierare su una panchina o prendere un caffè seduto per goderti uno sprazzo di luce.


Con l’entusiasmo mediterraneo di chi, anche se gente del Nord e quindi lavoro e fatica come pane quotidiano, appena il tempo gira si ricorda di essere lì, affacciata sul mare, e i geni bizantini e levantini si risvegliano tutti assieme, e chiedono di godersi la vita.


E allora via, al tavolino del bar, in piedi, sorseggiando spritz. a parlare e sparlare di noi e del mondo che ci passa accanto ed anche un po’ sopra, ma noi gradesi siamo gente di laguna e come le canne con il vento, ci pieghiamo e lo facciamo passare.


 E la primavera dilaga, là dove meno te la aspetti, non c’è cemento o fretta che la possa fermare. 

C’è e basta, puoi solo seguire il flusso, godere il suo meraviglioso imprevisto, lasciarti travolgere e portare dove vuole lei.


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29 dicembre, 2022

I RIFIUTI NEL MARE



 Leggendo delle campagne di ricerca di nuovi organismi in mare ho raccolto e pubblico il messaggio lanciato dal sito blublog con il ritrovamento di nuove specie marine sempre più presenti nel nostro Golfo:      I RIFIUTI  DEL MARE.


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LE SABBIE E CONCHIGLIE. RIPOSTE NEL TEMPO DI GRADO


  Le conchiglie sommerse dalle sabbia del tempo, se avesse avuto un briciolo di orgoglio o di buon senso tutto questo sarebbe finito da tempo. Un po’ di sano amor proprio l’avrebbe messa in salvo, avrebbe messo a tacere il suo cuore impazzito. La sabbia che si trattasse di amore non vi era alcun dubbio. Le attraversava tutto il corpo senza toccarla e tutta la mente senza parlarle. Prigioniera di un sentimento tirannico che non le lasciava fiato aveva eretto un parete alta e spessa per non permettere a nessuno di scoprirla terribilmente indifesa e spaventata. Non riusciva a capacitarsi di come la passione avesse preso il sopravvento spogliandola delle antiche certezze e lasciandola in balia di se stessa. La ragionevole eppur giusta vergogna era scomparsa e l’aveva assalita la tenerezza, semplice, schietta e coraggiosa. Non aveva armi per vincere quella battaglia contro il proprio cuore, nemmeno l’evidente disprezzo e l’ostentata indifferenza l’aveva scossa se non per un momento.

Si era fatta notte. Ormai i suoni si confondevano con il silenzio e la realtà con i sogni. Immagini vere o presunte di fate e di maghi avrebbero dominato sulle spaventose tenebre. Mentre i ricordi si inseguivano e le domande sul vero significato di quanto stesse accadendo si moltiplicavano, abbassò le palpebre e si addormentò sperando di sognarlo: era solo una povera conchiglia sommersa dal mare di Grado

Ne avvertiva i sussulti e le emozioni. Si chiedeva come fosse possibile entrare e permanere nell’interiorità così prepotentemente. Avesse avuto un briciolo di orgoglio o di buon senso tutto questo sarebbe finito da tempo. Un po’ di sano amor proprio l’avrebbe messa in salvo, avrebbe messo a tacere il suo cuore impazzito. Che si trattasse di amore non vi era alcun dubbio. Le attraversava tutto il corpo senza toccarla e tutta la mente senza parlarle. Prigioniera di un sentimento tirannico che non le lasciava fiato aveva eretto un parete alta e spessa per non permettere a nessuno di scoprirla terribilmente indifesa e spaventata. Non riusciva a capacitarsi di come la passione avesse preso il sopravvento spogliandola delle antiche certezze e lasciandola in balia di se stessa. La ragionevole eppur giusta vergogna era scomparsa e l’aveva assalita la tenerezza, semplice, schietta e coraggiosa. Non aveva armi per vincere quella battaglia contro il proprio cuore, nemmeno l’evidente disprezzo e l’ostentata indifferenza l’aveva scossa se non per un momento la battaglia per le conchiglie sommerse di Grado era iniziata in un arco tendente al sud, come fosse il fondo di una barca resa a riva per il suo Paese: GRADO.


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28 dicembre, 2022

anno nuovo e quaresima


 L' anno del Signore è il 1105:


...con la dipartita del Patriarca Gradenigo primo e ultimo graisan Patriarca e primo ad andarsene verso altri lidianzi precisamente per il Lido di Venezia, anche i  portaborse e affaristi furbacchioni abbandonarono l' Isola per stabilirsi nella "Niova Capital  Vinessia", là dove il Leonealato ruggiva e la Moneta girava...


L' Isola tornò ad essere un lido sperduto qualsiasi.

Povera Grado... degli antichi splendori non rimanevano che un paio di vetuste chiese e un leone di pietra cariata che non ruggiva più e non dava ..schei.


Fu così che le genti di queste sabbie tornarono a rinchiudersi in se stesse. 

Si tornò a vivere nella Palude, muti come quei granchi che là vivono e qua vengono chiamati "masanete"


Intanto nonna Aquileia quasi dimenticata sgranocchiava pannocchie e si metteva con i tedeschi, mamma Grado viveva di ricordi aspettando qualche telefonata dalla adorata figlia, Venezia:


Pronto?  Cu ze?.. a tu son tu Serenissima comò tu sta, sta sintì 've 'buo quele do barche de pesse per la festa del Doge? Si, ben, ben duto per tu figia mia, vissere mie...

Pronto? ..che tu disi? te serve zente de remo per la nave, e anche calafai pè l' Arsenal? va ben te li mando in setemana.

Che tu disi? comò che va qua? ..tinpi duri, figia pensa che to nona Aquileia la sta sparlando de noltri.

Sè...Sè... ze quel gnoco de Popon che l' ha in casa che la mete su!

Pronto, pronto Serenissima,...no se sente più ninte, quel brigante de Popon, al deve v'he tagiao i fili e no sarave nianche la prima volta.


Così andavano le cose nel mondo in quegli anni là.


A Venezia festa continua, gera sempre Carneval e qua Mamma Grado, quaresima eterna.

La consolazione ce la danno i pretini nostrani -:

La quaresima ..prepara al Paradiso


Sapevatelo!


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UN ANNO NUOVO 2022.


 Grado, la sua lunga storia è intrisa di spiritualità, di misteri e da vecchie in odore di stregoneria.

Religiosità e spiritualità, miti e credenze: le basi antropologiche per maghi e maghe "faduni e fadone".

Sangue grosso e unghie sporche, sperare "oltre" è indispensabile, sono anni difficili.

Alla conclusione di un anno difficile, ecco l'oroscopo 2021 elaborato sulle tracce antiche dei signi e dele stele in dialeto graisan:


Questo  è L' oroscopo 2022 de la Vecia Bela,  una fadona, per i graisani e sostenitori foresti che ci credono.


Ariete

Cu cata un amico, cata un tesoro.

Anno bon,  megio del 2016. Tignive più cari i amissi e la famegia. Comò sempre, inamoraminti d'istae e se molè in autuno. Un bon final de ano.


Toro

Esse determinai.

Anno positivo. Dovè consolidà quel che vè e ghità via le incertesse, sé sul giusto. A la longa, ma mundi longa, 'ndarà duto ben.


Gemeli

Avanti veloce.

Un inissio lento ma dopo ripartì. Ve dismisiarè zuvini e forti, le soferense le ve ha 'ndurio, per i sintiminti dovè, anche voltri, spetà l'istae.


Cancro

Cercà una strada sigura.

Dovè bate meno fiaca e 'vè progeti ambisiusi e novi. Movese ma catando la strada giusta perchè la via no ze scontagia.

Per la coppia ste tinti al final de ano, pol portà confusion tra voltri.


Leone

Cu se contenta gode.

Anno bon, co mominti beli specie dal lato amoroso.

'Ndè vanti cò i pie ben piantai per tera, pericolo de ilusiuni e de confusion.


Vergine

Ano difisile

Dovarè fadigà munti per otignì gargossa.

Dificoltà in duti i sinsi da l'amor ai soldi.


Bilancia

La riscossa.

Finio un ano bruto entrarè in un anno de grando favor.

Dovè solo decide che domandà. lo otignarè.

In amor, possibili matrimuni o (comò che ze de moda) convivense.


Scorpion

In autuno tolarè decisiuni importanti.

Ve speta un anno discreto, mominti calmi e tempeste.

Ve ocorarà grinta per tò decisiuni definitive.

L'amor sarà facile verso la fine ano.



Sagittario

Avio de ano tiepido..

Ma dopo  la strada la sarà più scorevole.

Dovarè sielge cò atension e no mancarà ostaculi e rinunce, ma i la farè. Punté mundi su l'amicisia.


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OSPIZIO MARINO. POI INVECCHI. E L'ODORE E' DIVERSO


 Ci sono cose che nella vita sono cambiate nel tempo e non saprei se in meglio o in peggio, perchè il mutamento è stato lento, quasi per far dimenticare il pregresso, una di queste è certamente l' odore.


Un tempo i corpi delle persone emanavano un odore diverso da quelli di adesso. 


Anche l’aspetto era differente, un pescatore, un manovale, lo distinguevi dalle mani callose, dal corpo asciutto e sodo, ma già vecchio di fatica a poco più di quarant’anni. 


Anche il modo d’esprimersi e quindi quello di pensare segnavano non poche differenze dai modelli odierni.   


C’erano molti più pregiudizi, ma anche più franchezza. 

Una puttana non era una escort e i suoi clienti non se ne vantavano in pubblico.


Anche le abitazioni e i locali diffondevano odori che non si facevano dimenticare. 


C’erano delle zone in Paese che sapevano di fumo anche in piena estate e delle bettole di cui indovinavi i piatti prima ancora d’entrare. 


Che poi il menù era quello, se no dove andavi? 

La birra era scarsa e il vino forse più genuino (bianco o rosso), ma mediocre senz’altro. 


Il cesso, quando c'era aveva il suo odore, ovviamente era alla turca e quando tiravi la catena ti bagnavi le scarpe. 

E le cabine del telefono non avevano una fragranza migliore.


Indelebile l’ odore delle corriere stipate di studenti e operai, quelli che non avevano la Vespa. 





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