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31 gennaio, 2023

BARBA VIDO CORCALINA- GRANDE PESCATORE DI LAGUNA


 √√√√√   Sior Vido,Presidente della Cooperativa Pescatori; era il giudice de Pase in Palù, rispettato e amato dai suoi conterranei. E stata sempre la chiave di volta per la soluzioni delle baruffe che potevano scoppiare per un qualsiasi motivo, e lui, bonariamente, si prestava ad elargire parole convincenti di pace e buon senso, si appiattivano così storie pelose avvolte in panni grossi d’importanza. Nasce come Vito Marchesan nel 1903 e muore nel 1984.

Il barba navigava tra le secche dell’incomprensione, un mondo nuovo si apriva a noi, dopo anni di miseria , finalmente, dopo tanti anni  un pò di benessere.

Grazie barba Vido.  Al barba a Cason gli pareva de esse in  una mastela, il casone era piccolo e rotondo, ma costruito bene con argini alti per le maree,  era un bravo falegname e costruiva il suo piccolo mondo con bravura, gli mancavano un pò le forze ,gli anni passano  ma Tigneme sempre vivo Che posso ingraziate De le ore de la pena de quelle beate, de la luse, signor, mia moglie è fiera Con ogni mio canto in te l’aria serena.


e’ bella l’insicurezza dell’ oceano mondo in tempesta.È Bello, quando sul mare si scontrano i venti.

 E la cupa vasta ora delle acque si turba, non Guardare da terra il naufragio lontano, non si rallegra lo spettacolo dell’ altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte.


Ogni pescatore che si accompagnava per una visita occasionale, mentre usciva il loro motto era   ‘dio sia lodato”.   Un uomo eccezionale per l’ epoca, scriveva bene e quando serviva ai casoneri riusciva a comunicare con le lettere delle Autorità ,  in qualche modo parlava anche un po di latino, nel suo diario scriveva della pesca e del tipo di rete prescelta nella stagione.


“ Cussì xe sempre cielo, note e dì.

Su la speciera sora AL ‘fango negro,

E l’aqua sogna cielo a nò finì

E leale dei corcali e vento allegro”.     Dal nipote Matteo Marchesan. 



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LE PESSERE

Visti i tempi grami ripropongo una serie di antichi mestieri di facile accesso e, con piccoli accorgimenti per l' adattamento al modernismo, praticabili da chiunque, non si sa mai.


  • Iniziamo per "creansa ed educassione" dai mestieri femminili.


    A riprova dell' importanza dell' immagine femminile nella storia della nostra comunità c'è una figura che interpreta perfettamente la continuità e l' integrazione dei ruoli nella famiglia tipica gradese di tempo fa.


    Una figura simbolo della nostra comunità è sempre stata la pessera che dava senso e continuità al lavoro maschile per eccellenza: la pesca.


    Donne coraggiose e intraprendenti che con bici scassate o con autobus improbabili, facevano il giro del Friuli offrendo il prodotto dei loro uomini, il Pesce.


    Il pesce, simbolo cristiano fin dai primi secoli della Chiesa, è entrato nella cultura e nella tradizione popolare come un alimento di "precetto", prima ancora di essere ritenuto un alimento sano e nutriente ricco d'alto valore proteico. 


    Per assolvere a questo precetto cristiano, durante la quaresima, il venerdì e nelle vigilie importanti durante l'anno, le famiglie strettamente osservanti si sacrificavano pur di consumare nei giorni stabiliti il pesce o i frutti di mare. 


    Sono state le donne artefici di questo mestiere, a perpetuare un rito … quasi a sostegno dell'anima! 


    Con le prime biciclette ripongono sardelle, masanete, seppie, acquadelle, gamberetti … in pesanti cassette coperte di sacchi bagnati. 



    All' alba il rientro con il Mercato Ittico sempre aperto, alle 5 iniziava l'asta.


    A essere servite per prime, sempre e in ogni caso, le pessere che, chi con la corriera, chi con il triciclo cominciavano la loro giornata di vendita.


    Mariana, Bernardina, Stefania Trotola, Nina Ciate, Ristea, Tosca, Maria Pastoricia questi i nomi di alcune di loro che vivevano in simbiosi con i pescatori e il loro prodotto. 



    Torneranno a tardo pomeriggio con cassette ora ricolme d'uova, qualche gallina, farina per la polenta, qualche cotechino, perchè era il baratto il loro mestiere. 


    Ho il vago timore che il baratto sarà anche il nostro mestiere. 


    A me è già capitato di farmi aggiustare la bici e pagare in "pedoci".


 


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LA LAGUNA DI GRADO E MARANO


                                                              Erano. uomini senza paura

                                                  di solcare il mare

                                                    pensando alla riva.

                                                   anche quella sera

                                                   senza dire parole

                                                   misero le barche in mare:

                                                  la Vita nelle mani di Dio!


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30 gennaio, 2023

IL TESORO DI GRADO


L'origine del tesoro  si fa risalire al 568 e si può ricondurre ad un evento decisivo, il Patriarca Paolo fece pianta stabile a Grado rinnegando Aquileia minacciata dai Longobardi portandosi dietro le reliquie dei santi e soprattutto quando nel 606 il Patriarcato si spaccò in due metà fieramente contrapposte e sarà proprio sul possesso del tesoro oltre che sul diritto al titolo di Patriarca che s'inasprirà il conflitto secolare tra le chiese consanguinee di Grado e Aquileia. 


Il tesoro ha una storia lunga fatta di ruberie da parte di nemici e d amici e per salvaguardarlo è stato nascosto a tutti per lunghissimo tempo.


sintì quà:


Dopo che 'l Piovan Matio Maroco 'l veva proposto de vendelo per comprà roba de magnà ai timpi de la granda caristia del 1817, al tesoro de la Ciesa (quel poco che gera restao de le robarie dei nemissi e de i recuperi de i amissi) al gera stao sconto, 

Ai timpi de le prime guere cò i Piemuntisi, in t'una picola cela de sora del diaconato in Ciesa De le Grassie, cela che la gera in comunicassion, traverso una portissuola, co la casa de la famegia Lugnan, desso demulia (davanti all' Androna).

Incora incuo se veghe 'sta portissuola, sul drio de la ciesa, a circa 7/8 metri de tera, e se veghe anche un barcunsin che al varda verso siroco.


STa cela la ze stagia fata nel 1828, cò gera scuminssiae le prime rivolussio 'nti i vari stati 'taliani.

Su un travo in sta cela, se pol incora leze una scrita fata col scarpelo che la dise:



"Fata dal Piovan  Maroco- 1828"

 


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la madonna mora

"Al Perdon", una delle grandi feste della nostra comunità, una di quelle che riuniva tutta la popolazione e faceva rientrare dai casoni il popolo dei "pescauri de palù".


  • Tempo fa, e non troppo, a Grado c'era una netta distinzione tra cittadini residenti in paese e cittadini residenti in Laguna al punto che il modo di comunicare era diverso, i paluanti usavano una dialetto arcaico molto scarno di parole, meno inquinato dalla frequentazione di altri linguaggi.


    Al Sabo Grando i paluanti, dopo le pulizie annuali di casa e personali, alla sera dopo le consuete libagioni c' erano da sistemare parecchie cosette in paese, alla fine - ma proprio alla fine - si perdonava tutto.


    Quest'anno la Madonna di Barbana non è stata scomodata per invocare il miracolo dell' escavo dei canali (da 20 anni si scava ogni anno precariamente), speriamo bene.


    Il miracolo, però, lo si deve invocare per le autorizzazioni delle feste programmate per la ricorrenza  del Sabo Grado.


    Una festa riproposta, non dalle istituzioni, ma dalla Comunità (grazie a Dino Facchinetti che a suo tempo ha avuto l' idea) che attraverso le sue Associazioni partecipa, con fervore, all'organizzazione di una serata dedicata ai gradesi e a tutti gli ospiti, gratuitamente.


    Ma con i tempi moderni il Comune, attraverso i suoi solerti ed intrigosi funzionari, si  intromette, se ne sbatte del volontariato e ciecamente vuole il rispetto di norme che conoscono solo loro.


    Le complicazioni burocratiche dell' ultimo momento si moltiplicano sino al punto da far stufare tutti  rischiando di far finire per sempre una festa spontanea e storica.


    Bisogna che la finiscano  con divieti  imposti dai vari Enti Pubblici che non sanno nulla di lavoro gratuito, di volontariato generoso e senza condizioni, ma sanno tutto di norme assurde imposte senza un minimo di tolleranza, di rotture di scatole.


    Ora io spero che  la Madonna intervenga e toccando per un attimo (un attimo eh!) la fronte del nostro Sindaco, gli faccia scrivere un'ordinanza che in deroga a una montagna di orpelli ci autorizzi per una sera ad essere buoni, generosi e allegri.


    Grazie Madonnina, se hai un attimo di tempo c'è un sacco di altra gente da toccargli la fronte.

 


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29 gennaio, 2023

TANGO DE PALU'

Futuro


Ze finio al tempo


dei laminti


Te toca invecià,


indurì al cuor.


Ze tempo de rabia


e de sagessa


de sentieri obligai.


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28 gennaio, 2023

DAGHE LA BORA CHE VIEN E CHE VA


 

  • Piazza Ponterosso: la Bora, spalle al ponte, entra nella piazza da sinistra e si apre libera di sollevare, spingere, vorticare, trattenere. In una sola giornata negli anni quaranta sotto le raffiche di Bora scura – quella caratterizzata dalle precipitazioni – 3 persone finirono dritte all’ospedale.
  • Piazza Unità: lo spigolo del Palazzo della Regione è uno dei luoghi che offre la visione del mare che si insegue, si sovrappone, si spacca, risale in vortici e in creste polverizzate e vola sopra la superficie mossa dal pulviscolo salino. Su quel “canton” si può avere la percezione esatta di cosa è la Bora. Entra in piazza dopo il suo volo in direzione Est Nord Est e viene divisa da quell’angolo per percorrere piazza Unità in senso antiorario.
  • Piazza Vittorio Veneto:  uno dei punti sui quali una volta per primo si montavano le corde per reggersi. L’angolo con via Milano è il peggio del peggio.
  • Piazza Oberdan: le piazze sono il luogo prediletto dalla Bora. La direzione dal palazzo del Tribunale a scendere sarebbe quella più prevedibile ma non sempre è così… provare per credere.
  • Rotonda del Boschetto: tanto forte scende la bora da viale Raffaello Sanzio disposta perfettamente ad Est Nord Est che riuscì a far crollare la ciminiera della Dreher. Gli alberi di Bosco Farneto non possono fermare il vento che precipita dall’altipiano e scende verso città incanalato nel viale.
  • Largo Pestalozzi: uno dei punti più pericolosi dove attendere il bus nelle giornate di vento.
  • Molo Audace: alla base del molo c’è una piccola costruzione, lì ci si mette sottovento a guardare. Nelle giornate di Bora – e ancor di più di Bora scura – solo in parte il molo è percorribile. In cima qualcuno ha pensato di fare bene posizionando una bitta con un bassorilievo che riporta tutti i venti e le loro direzioni di incidenza al molo. Ho sempre pensato che quel bassorilievo fosse come la sacca dei venti di Eolo, quella che ha portato sfortuna all’equipaggio di Ulisse. Qui solo la Bora è raffigurata soffiante le guance gonfie e i vortici del vento che escono  dalla bocca smodatamente aperta. La Bora laggiù in cima, questo fa: soffiare o meglio “sufiar”, ma forte fortissimo.
  • Ferdinandeo – Largo Caduti di Nassiriya: l’ingegneria stradale sembra abbia disegnato qui uno scivolo alto 250 m verso la città aperto alla Bora: l’incrocio tra via Marchesetti e via San Pasquale forma un piazzale perfettamente in linea con la discesa del nostro vento. La Bora dopo il percorso rettilineo e indisturbato del Carso si tuffa dal primo salto carsico dilatata e amplificata dalla pendenza. Come già comprovato in questi luoghi aperti non c’è riparo al vento che soffia in turbini, circolarmente.
  1. Oggi xe giornatona con sto BORIGNOL.
  2. Xe BORIN, coverzite
  3. Ocio che stanote la gà sufià e gà fato BORA: sta tento!
  4. Ara che xe BORON, te devi prorio andar? Te vol che vado mi?
  5. Bon dei stemo a casa, fora xe BORA DE CAGARSE inutile che andemo a zercarsele se no gavemo niente de far e no xe dove andar. Anche de ciapar un copo -tegola- in testa no gò voia. Ara, no xe nisun per strada!
  1. Oggi xe giornatona con sto BORIGNOL.
  2. Xe BORIN, coverzite
  3. Ocio che stanote la gà sufià e gà fato BORA: sta tento!
  4. Ara che xe BORON, te devi prorio andar? Te vol che vado mi?
  5. Bon dei stemo a casa, fora xe BORA DE CAGARSE inutile che andemo a zercarsele se no gavemo niente de far e no xe dove andar. Anche de ciapar un copo -tegola- in testa no gò voia. Ara, no xe nisun per strada!




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UN PUGNO DE SABION E AMIAMOLI

Ricordare può servire per crescere, per fare tesoro dell’esperienza passata e scegliere, di conseguenza, come organizzare il proprio futuro. 


Ricordando, non ci focalizziamo sul passato, ma soprattutto sul futuro, da creare consapevolmente facendo tesoro di quello che l'  esperienza delle cose successe ci ha lasciato.


Io, che sono consapevolmente e contento arenato su questo banco di sabbia che è "Casa Mia", voglio ricordare e ringraziare i tanti personaggi "graisani" e non che con il loro lavoro, la loro dedizione hanno portato lustro a Grado e  approfitto, per fare questo oggi, del lavoro di ricerca fatto  dall' Associazione Grado Nostra  che, a suo tempo, mi aveva inviato un elenco di persone, gradesi e non,  meritevoli di essere ricordate per amore, l' amore che hanno profuso per la loro e  nostra Isola.


E' ovviamente un elenco incompleto, aperto ai ricordi di tanti altri, ma è un elenco di Graisani che meritano di non essere dimenticati perchè sono stati rappresentativi della Comunità e interessati a Grado nei campi della società civile, del sapere, della cultura, dell´arte e del turismo"


La dominante nel ricordo è l' amore che per definizione non ha mai fine e quindi l' incompletezza ne fa parte essenziale.

Amiamoli.


Guido Andlovitz (design), Graziadio Isaia Ascoli (glottologia), Joseph Maria Auchentaller (pittura),Giuseppe Barellai (scienza medica), Gravino Bellan (tuffatori), Alamir Betsch (canzoni), Ilia Bevilacqua Oltramonti (già consigliere comunale), Leonhard Bianchi (turismo), Giglio Boemo (teatro), Giovanni Battista Brusin (archeologia), Giorgio Buda Dancevich (scuola), Giuseppe Bugatto (società civile), Luigi Camisi (associazionismo), Paride Candioli (turismo), Vittorio Candotti (musica), Giuseppe Caprin (storici), Giuseppe Caressa (fotografia), Rolando Cian (società civile), Isidoro Cicogna (cristiano sociali), Pietro Clama (salvataggi spiaggia), Antonio Coceani (pittura), Antonino Codraro (personaggi estivi), Giannino Corbatto (canzoni), Nicolò e Giuseppe Corbatto (impegno sociale), Vittorio Criutti (teatro di rivista), Guglielmo Czubert (compositori), Mario Czubert (canzoni), Mario David (sportivi), Placido De Grassi (studio arenili), Ferruccio De Grassi (storia), Lucio De Grassi (versi), Luigi De Grassi (compositori sec. XVIII), Luigi De Grassi (glottologia sec. XX), Maria De Grassi (diarista), Vigilio De Grassi (archeologia), Werther De Minelli (giornalismo), Ugo Degani (grandi alberghi), Giovanni Degrassi (industria conserviera pesce), Salvatore Degrassi (versi), Onorio Dissette (canzoni), Antonio e Giuseppe Dovier (cine all´aperto), Carlo Dovier (pittura), Elia (patriarcato), Luciano Esposito (preparatori sportivi), Flaviano Facchinetti (tradizioni), Eleazzaro Nino Fidao (canzoni), Antonia Fonzari (scuola), Tomaso Giacomo Fonzari (grandi alberghi), Silvio Fulignot (pittura), Adriano Gaides (turismo),

Silva Gessi (serate culturali), Attilio Gordini (canzoni), Ernesto Grammaticopulo (eroismo), Claudio Granzotto (scultura), Egidio Grego (eroismo), Giacomo Gregori (storici), Giuseppe Gregori (musica), Zaccaria Gregori (patrioti), Giuseppe Lucio Grigolon (campeggi), Leto Grigolon (cultori del rito), Rinaldo Grigolon (musica), Traiano Grigolon (musica), Giovanni Grigolon "Tronbai" (canzoni), Vido Grigolon (cantori), Carlo Gruber (teatro di rivista), Pietro Kandler (storici), Gianfranco Ledri (scienza medica), Bepi Liusso (pittura), Nicolò Loi (storici), Bernardino Lugnan (associazionismo), Mauro Lugnan (preparatori sportivi), G. Maraini (fabbrica ghiaccio),Dante Marchesàn (canzoni), Marco Marchesàn (psicologia della scrittura), Piero Marchesàn "Canàro" (trovatori), Vittorio Marchesàn "Canàro" (musica), Pietro Marchesàn "Draga" (sabbionanti), Domenico Marchesini (prosa gradese),Giacomo Marchesini (società civile),Gino Marchetot (restauro), Silvio Maricchio (pittura), Stefano Maricchio (partigiani), Arturo Marin (canzoni), Biagio Marin (poesia), Falco Marin (eroismo),Faliero Marin (preparatori sportivi), Giovanni Marin (zelatori),Domenico Marocco (fotografia), Matteo Marocco (bonifiche anteguerra), Matteo Marocco (cine), Matteo Marocco (rivoluzionari sec. XIX), Narciso Marocco (eroismo), Romano Marocco (mazziniani sec. XX), Ivo e Gianni Marzola (villaggi turistici), Mario Maurizi (giornalismo), Libero Mazzi (giornalismo), Camillo Medeot (storici), Matteo Melissa (compositori), Vittorino Meneghin (storici), Mario Mirabella Roberti (archeologia), Antonio Mosconi (alti funzionari), Emilio Mulitsch (glottologia), Ippolito Nievo (scrittore), Felice Olivotto (musica), Leto Olivotto (canottieri), Matteo Olivotto (canzoni), Aldo Oltramonti (eroismo), Maurizio Oransz (turismo), Francesca Oss-Pinter (scuola), Giovanni Pacco (fotografia), Giovanni Padovàn (sindacalismo), Silvano Padovàn (musicisti gradesi), Padre Corrado (frati di Barbana), Claudio Pagliaga (musica), Gino Panciera (gelaterie), Bartolomeo Parovèl (pittura), Pier Paolo Pasolini (cinematografia), Mario Pigo (canzoni), Domenico Pozzetto (ingressi spiaggia), Marco Pozzetto (architettura), Stelio Pozzetto (canzoni), Antonio Raugna (benemeriti del lavoro), Pietro Raugna (ammiraglie per Barbana), Aldo Regolin (associazionismo), Federico Ribi (bonifiche), Luigi Rizzo (eroismo), Quirino Salvador (canzoni), Francesco Luciano Sanson (giornalismo), Nazario Sauro (eroismo), Antonio Scaramuzza (farmacia sec. XIX), Giordano Scaramuzza (macchinisti cine),

Maria Scaramuzza Rumici (scuola), Sebastiano Scaramuzza (poesia), Toni Scaramuzza (musica), Luciano Scarel (musica), Albert Schretzenmayr (congressi medici), Aldo Smareglia (sanità ospedaliera), Renato Soldati (scienza medica), Luigi Sturzo (società civile), Nandy Suman (canzoni), Sebastiano Bruno Tarlao (arte della conchiglia), Antonio Tognon (impegno sociale),

Sebastiano Tognon "Pantièr" (cantastorie), Virgilio Tognon (Caduti), Corrado Tomasin (cantanti), Edi Tonon (canzoni), Gioacchino Troian (voci per Barbana), Dante Turco (fotografia), Graziano Turco (fotografia), Ettore Vallauri (società civile), Aldo Venier (organizzazioni), Paolo Verginella (canzoni), Bruna Vianello Criutti (teatro di rivista), Karl Warhanek (fabbrica sardèle), Giorgio Zerbin (canzoni), Giacomo Zuberti (canzoni), Ilario Zuberti (associazionismo), Fiorenzo Zuliani (fotografia), Mino Zuliani (fotografia), 



In questo contesto va intesa la proposta di Grado Nostra, esprimere un grato ricordo a persone che nella storia con il loro talento e la loro opera hanno aiutato a rendere Grado significante, conosciuta e ricercata. 

Certamente è un primo elenco, pur incompleto, ma aperto e sempre prezioso.


Ringraziare - sono parole dell' ex-parroco di Grado  Zorzin - è un atto altamente umano ed umanizzante che dimostra  l´ umiltà della persona che riconosce il bisogno dell´altrui aiuto, mette in evidenza la dimensione sociale della persona umana e la bellezza della collaborazione, ripresenta l´urgenza di aver sempre ben presente il "bene comune", inteso come bene di tutti e che offrire il proprio contributo specifico e disinteressato è un atto di amore alla propria Città affinché ognuno possa trovare il suo spazio. 

Ciò favorisce anche la formazione di gruppi che forniscono l´anima alla vita cittadina nelle sue varie espressioni artistiche e di civile solidarietà, rende i cittadini protagonisti della vita del paese e li fa crescere in talento e cordialità. 

Grado è ben dotata di vita associativa e su vari fronti, il che in un´epoca di tendenza individualistica e spesso anonima diventa una ricchezza di tutti. 

Ricordare nelle persone il passato, specie nel suo aspetto costruttivo e felice, diventa stimolo anche per noi gradesi di oggi, che viviamo l´inizio del terzo millennio cristiano per dirci "abbiamo tante possibilità e potenzialità per mantenere la nostra isola vivibile, accogliente e personalizzata".


I protagonisti di ieri assieme all´ ànzolo ci dicono "graisani steme ben

 


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27 gennaio, 2023

UN PADRE DI GRADO. - SEBASTIANO SCARAMUZZA


 Un grande letterato, patriota e graisan Sebastiano Scaramuzza nasce a Grado nel 1829  morì a Vicenza il 4 agosto 1913 figlio di Giacomo e Maria De Grassi, con radici friulane da parte di nonna. 

La famiglia imparentata strettamente con i comandauri di Grado De Grassi spinse il giovane Sebastiano allo studio e a coltivare con passione il dialetto gradese. 

Aveva l'abitudine in gioventù di annotare le espressioni e i modi di dire popolani più usati dai pescatori che usavano una forma arcaica del dialetto gradese e pertanto, con il consueto pragmatismo del popolo, veniva considerato una pò "matusso". 

"Che serve notà quel che za se sà"


Nel 1859 si trasferì a Torino da dove iniziò un'intensa attività di letterato irredentista descrivendo le situazioni politiche del momento e frequentando tutti i maggiori intellettuali.


Questo al salùo di Sebastiano Scaramuzza ai "graisani"


Mé vogio che tu porti a duti el salùo 

che vién da ‘l fundi de ‘l gnó cuor,

là che amór elo ha de più.

‘Speta che, sabo, i dàga fundi

i sabionànti in porto,

e de palù i pescaüri sìa ‘rivài

giucùndi, descòlsi, e le braghésse tiràe su.

Salùa duti !!! 

No lassâme in despàrte i trataüri 

e quanti i’ ghèta l’arte in mar,

gnì ‘l canparuòl, el passeghér,

e cu, da nòltri, ezèrzita un mistièr.

Tu ha da scordà le fèmene ? … 

Oh no, guai !

Le graïzane Mé no scordo mai !


Sebastiano Scaramuzza (1863)


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26 gennaio, 2023

IL CAPO

A Grado, una delle cose che vanno per la maggiore è la polemica, siamo conosciuti come polemisti irriducibili, potremmo fare un campionato di polemiche in piazza, sono sicuro che avrebbe successo.


  • Una delle polemiche storiche riguarda il più noto nel mondo dei "Graisani"Cavo de Nembo-Biagio Marin

    e il l rapporto conflittuale (secondo lui) che ha sempre avuto con la comunità.


    Secondo me, tutto andrebbe riportato a dimensioni umane, cioè:

    se consideriamo non l'uomo ma il personaggio, allora non c'è storia, lo spazio siderale che divide l'intellettuale del tempo con le persone modeste che lo circondavano, strafottute da una vita infame e logorante come quella del pescatore del tempo, non lascia scampo su chi emerge, ma se consideriamo il lato umano allora un po di cose cambiano.


    Il poeta, prima di esserlo, è persona, con pregi e difetti.

    Ha un caratteraccio (non per niente il suo soprannome era Cavo de Nembo), è estremamente vanitoso e suscettibile, tende a considerare amici solo chi lo loda e nemici mortali tutti gli altri.  (a metro riconosco un bel po di gente che conosco)


    Mentre i nostri vecchi erano così pragmatici, costretti dalle contingenze a esserlo, che lo trattavano, senza saperlo, con quella che è la peggior cosa per chi si crede un mito, l'indifferenza, la sopportazione.



    Da qua nascono gli alti lai che il Marin levava nei suoi scritti, quasi sempre lamentosi indirizzati ai suoi amici intellettuali, è "il gnanche pel cul" dei graisani che lo uccideva, lui proprio che non difettava di paraculismo e di manie di protagonismo, se si è inventato di volta in volta a secondo del girare della storia, irredentista, fascista, partigiano liberatore, democristiano.


    Io, seguendo le indicazioni dei miei vecchi, mi tengo il poeta, che è grande, ma boccio decisamente l' uomo, che in fondo a Grado a parte qualche nome su piazze o biblioteche ha lasciato ben poco del suo seme.


    Aggiungo, per capire meglio chi fosse Marin in fondo, questa poesia (più una leccata di culo direi) dedicata al suo eroe del momento : Il Duce.


    EL DOSE 


    Sora i nostri dolor de duti i dì, 

    Colda, ogni tanto, vien la to parola;

    E alora i nostri cuori voI fiurì,

    E i to sogni de gloria ne consola. 


    Alora el pan amaro l'ha l'aroma

    D'eternità, e fa la primavera; 

    E la pena più granda se la doma, 

    E l'aria del sielo xe liziera. 


    Per quel doman lontan, ma pur siguro, 

    Che tu ne miti in cuor comò 'na luse, 

    Tornemo a navegà sul mar più scuro, 

    E la speransa in porto ne conduse. 


    Savemo la to vose: 

    Colda cussì che la ne porta via;

    Gera le stele in alto silensiose

    Per ascoltate - e i cuor in angunia. 


    Vigniva, quela sera, 

    A ventade sul mondo la parola 

    Che crea l'amor e fa fiurì la piera,

    E no se sa d' indola. 


    Forse dai cuor, dal nostro patimento, 

    Che dura tanto e n'ha mortificai. 

    E tu tu son la vose del tormento, 

    Che 'l vento porta fin ai siel stelai. 


    Forse da Dio, per nostro gran conforto ; 

    El sielo gera pien de la to vose. 

    Vose de Dio, sul mar e in ogni porto,

    Vose de Dio, del nostro cuor, del Dose. 



    P.S. Finito il periodo fascista, era il segretario del fascio a Grado, ha fatto parte del comitato di liberazione a Trieste, trasformista veloce eh ?

    questa poesia non si trova facilmente ed è grazie a Bruno Scaramuzza che la posso pubblicare.



    A ri P.S.: noi continuiamo a vivere in questa meraviglia di Isola.  


 


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