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30 novembre, 2018

Monsignor Michele Centomo



Premetto che che ho ben pochi titoli per anche semplicemente descrivere un personaggio complesso come il nostro Monsignore, ma mi è capitato in mano un suo scritto pubblicato sul libello periodico di Grado Nostra e mi ha colpito il tema e le considerazioni profonde espresse che posso dire di condividere pienamente.
Ho pensato allora che le incomprensioni iniziali raccolte qua e là per le Cube tra popolo Graisan e il suo Pastore di anime possano derivare dalle descrizioni sbagliate che sono state fatte a noi della figura di Don Michele operante ad Aquileia e a Don Michele della spigolosità della nostra Comunità.
Penso ad un matrimonio combinato da altri dove sposo e sposa, con caratteri forti e marcati, non si conoscono e hanno bisogno di tempo per farlo pienamente.
E' il nostro Monsignore, il tempo sarà galantuomo e smusserà gli angoli, e visto che non mi è capitato prima di farlo gli do il mio:
 Benvenuto Don Michele

Leggiamo il suo messaggio di Comunità

COSTRUIRE IL SENSO DI UNA COMUNITA’

“Ogni volta che partecipo ad un incontro, un convegno, una giornata di studio su temi legati all’uomo o alla società sento emergere alcune parole, sempre le stesse: individualismo, solitudine, assenza di relazioni. Questi concetti vengono ripetuti sia che si parli di giovani che di anziani, di persone sane o di malati, di italiani o di stranieri. Sono convinto che molta verità sia presente in queste valutazioni: la nostra società oggi rischia di promuovere un certo individualismo che genera solitudine, malessere, egoismo. Parlando con molte persone, tante mi manifestano una sorta di nostalgia di vita comunitaria, semplice, una voglia di famiglia e di rapporti familiari affettuosi, attenti, capaci di prendersi cura gli uni degli altri” (Mons. Nicolò Alsemi, vescovo ausiliare di Genova, in L’Abbraccio, 2018).

Non vi è dubbio che la persona umana sia fatta per la dimensione comunitaria; ogni persona ha bisogno di donare amore e di essere amata, di essere capita, accolta, di curare e di essere curata. La regola della comunità è l’amore, il bene dell’altro. La dimensione comunitaria è una ricchezza, in ogni circostanza.

Le cose fatte insieme sono più belle, più ricche, più varie, più divertenti, più efficaci e coinvolgenti di qualunque altra cosa, anche di quella progettata dal più geniale degli artisti sociali. La comunità ha bisogno di tutti, tutti sono importanti e in questa importanza riscopriamo la nostra bellezza. Una comunità vera è una ricchezza anche per le altre persone, per chi è esterno alla comunità; è una fonte capace di dissetare anche altri che ad essa si avvicinano, assetati e incuriositi; l’amore e la luce che nascono da una comunità scaldano ed illuminano il freddo di molte tenebre. Tutti possiamo essere costruttori di comunità: sarebbe la più grande opera che possiamo fare. E, forse, qualcosa del genere doveva aver compreso anche Giovanni, quel Natale di alcuni anni fa. Quando Babbo Natale tirava fuori i pacchetti, Giovanni si avvicinò al volontario seduto accanto a lui, quasi schernendosi: «a me non mi conosce nessuno – sibilò tra i denti – per me regali non ce ne sono». Ma quando dal sacco emerse l’ultimo regalo e sopra vi vide scritto “Giovanni”, gli occhi di quell’omone, indurito dalla vita per strada, si riempirono di lacrime: «questo disse – dev’essere il regalo di Dio, perché solo Dio conosce il mio nome».

Conoscerci “per nome”, è il senso più alto per costruire comunità di relazioni: Grado e Fossalon.

Sac. Michele Centomo


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27 novembre, 2018

1900- Il Secolo dell' Acqua


La storia di Grado (vista con gli occhi di Giovanni Marchesan "Stiata) cambia radicalmente rotta sul finire del 1800 con un Imperial Decreto:
“Spiaggia dell’Imperatore”, l’arenile principale dell’Isola: il 25 giugno 1892 fu l’Imperatore Francesco Giuseppe, su indicazione della “Dieta della Principesca Contea di Gorizia e Gradisca”, a promulgare la legge istitutiva e con essa a far decollare i successi turistici di Grado

Telegram! -- ISOLA- DI- GRADO-DIVENTA- SPIAGGIA -DI-NOBILTA'-GRADO-IST-STRAND-FON-WIEN...STRAND FON WIEN
capito bene? Spiaggia di Vienna non del vino!

E fu così che tutta la nobiltà della capitale Asburgica si dette convegno a Grado per i bagni e le cure di stagione!
Davanti a questo Adriatico Blù...ADRIA BLAU, così veniva chiamato il nostro mare da Franz Joseph, Sissy und Compagnia, Wundershon!

Tutto accelerò nel nostro piccolo borgo di pescatori che si avviavano alla completa emancipazione.

Il vino, il canto, le belle donne, , ma una nobiltà magnifica, educata ed estremamente igienica  in mezzo a tanta acqua salata avvertiva, in loco, la mancanza di acqua potabile.

Siamo così al 1900, nuovo secolo denso di cambiamenti epocali, fu scavato un pozzo e l' acqua dolce irruppe e fu festa per quasi tutti.

"Ancora un litro de quel bon" si cantava per le ostarie, l' acqua fa croti in pansa, l'acqua marsisse i pali, l' acqua fa mal! megio al vin ze più natural!.

L' acqua sgorgava dalle fontane della piazza del paese, leggera, pura e un poco odorosa di Palude, tiepidina, anzi calda!  W l' acqua.
Fu così che da queste parti fu scoperta l' acqua calda, la prima volta di altre mille.

Così dopo per generazioni 've bevuo vin, Viva la mineral wasser, l' acqua santa, l' acquagranda.
Ora che l' Isola aveva tutti i servizi, i foresti incominciarono a costruire Hotel, ville, giardini fioriti ed il numero degli ospiti andò aumentando di anno in anno, così come i prezzi e le statistiche dell' Ente turistico.

E finalmente gli indigeni del luogo, uscirono dal loro isolamento abbandonando le Lagune, la pesca, il mare crudele.
Tutti arrivarono alla scoperta del turismo e ci fu l' emancipazione per le nostre genti.

Una nuova vita emancipata! Wundershon! perfin i casoneri i ha imparao a dì.


Cù fita la casa, cù fita 'l caìcio 
Cù vende tirache, cù fà quel che pol. 
Un mostra le cese, un verze 'n uficiò 
Per vende calìgo... al posto de 'l sol! 

...la storia continua... 
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24 novembre, 2018

Vecchi ricordi - Lucciole

Quand'ero bambino  abitavo in Via Tiepolo  accanto alla diga.
Dietro la nostra casa c'era un prato che per tutti noi bambini era semplicemente "l'erba".
D' estate i nostri genitori ci consentivano di restare fuori casa anche nella prima serata, e tutti noi ci si ritrovava sull'erba per giocare e correre, sognando battaglie perlopiù.
Verso l' estate di  S.Giovanni qualche volta quando la luce, non che ce ne fosse molta in generale, veniva meno ed il buio si faceva più profondo, miracolo, il prato - tutta l' erba - si accendeva di uno scintillio mobile.

Le lucciole splendevano e tutti , pur sapendolo, ci fermavamo di botto incantati ad osservarle.
Ma era un attimo, superata l' estasi del miracolo avvenuto, sciamavamo tutti con le scatolette di cerini svedesi forate che avevamo in dotazione per  per catturale.
Subito dopo a casa le mettevo dentro ai vasi di vetro che mia madre usava per le conserve e me le portavo a letto per avere compagnia nel buio della camera.

Lucciole - Onserne in graisan - compagne di giochi, luce per tranquillizzare noi bambini, ricordi lontani di una vita più semplice dove potevi fare il bambino e sognare.

Il dialetto gradese accomuna con lo stesso vocabolo "Onserna" la lucciola un insetto , la lucerna un oggetto e la lucerna un  pesce detto anche l' anzolo

Sapevatelo!


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20 novembre, 2018

Il Banco della Mula di Muggia.



Il Banco della Mula di Muggia.

La Bora ruggisce sul Banco, là su la Mugia, si spacca l'acqua.

La serie di grandi banchi di sabbia davanti alla Pineta, al largo a circa 1,5 miglia dalla costa, hanno nome "la Mula di Muggia" o in gradese "la Mugia"
La cartografia e i rilievi recenti attestano che il Banco è in continua evoluzione: in 100 anni ha modificato la sua forma superficiale, avvicinandosi alla costa e contemporaneamente migrando sempre più verso Ovest.
 Pertanto si può considerare il prodotto di un processo trasgressivo, che ha interessato parte dei vecchi depositi deltizi isontini, come anche quelli più recenti, e che attualmente modifica la sua forma in funzione delle caratteristiche dei venti regnanti e dominanti in zona. 

Formatisi per il gioco di correnti marine che spingono le sabbie provenienti dall'Isonzo verso ovest formando una formidabile barriera che difende la pineta dallo scirocco, con l'effetto collaterale però di provocare l'impaludamento della parte terminale che finisce con la spiaggia di Pineta.

Grandi depositi di molluschi di tutti i tipi, ma soprattutto di vongole e capelunghe, sono stati per decenni il luogo di lavoro per le nostre mamme e nonne che integravano così i magri guadagni degli uomini in mare.
da la Mugia, sui Dossi de l'Oro, dal Tragio de Anfora
Le Bianchine, le Pititele, le Ciode le Balanse le Pelote le Farinele le Trotole, le Bele, le Zuliani, le Dotore e tante altre. 
Con le batele cò i tricicli, a pie con ogni tempo, infermabili.

Quello che incuriosisce è l' origine del nome Mula di Muggia.

Una risposta pragmatica la da il Dott. Ferruccio Degrassi, descrivendo nel suo libro "All' ombra di S.Michele"  il dorso di mulo (mula) che forma il lato terminale del grande dosso e la direzione dello stesso da Grado verso Muggia guardando dalla diga del paese.

Una risposta più romanzesca e tragica la da la tradizione orale popolare che racconta della tragedia di un padre muggesano che portava un carico di vino a Grado accompagnato dalla figlia sedicenne e naufragato per un improvviso temporale sui quei banchi esterni.

Lui si salvò ma perse la figlia che non fu mai più ritrovata, da cui la dedica del nome Mula di Muggia.


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18 novembre, 2018

Storie di un tempo attorno al fuoco


Benedizione delle barche sulla diga foto Archivio Marocco
Tempo di bora, tesa e fredda un tempo di storie attorno al fuoco o perlomeno vicino ad uno "spagher".
Così la famiglia gradese di non tanto tempo fa viveva raccolta e stretta in casa .
 i nonni  non  sempre avevano voglia ne tempo di raccontare storie ai nipoti, ma qualcuno più versato e fantasioso di altri c'era.

Di queste storie alla buona mai trascritte e solo tramandate a parola resta qualche traccia che con un po di fortuna riesco a trovare e registrare sul web in modo che siano a disposizione di chiunque voglia raccontarle, questa è la storia ( mi raccomando è una storia non la verità, senza certezze:

Paron Piero.

Un tempo i pescherecci non entravano in porto se non in casi di pericolo e venivano ormeggiati sulla diga esterna ognuno ad un posto assegnato che di solito era una grossa pietra frangiflutti.
Paron Piero aveva una strana consuetudine, quando toccava terra, legata la sua barca, la salutava prima di lasciarla, come fosse una creatura:
"Buona sera barca mia"

Paron Piero era vedovo ed era padre di una giovane donna di nome Bettina in età da marito, un giovane gradese pescatore di nome Donato le faceva la corte, ricambiato, ma il Padre non voleva saperne, senza grandi motivi aveva preso in antipatia il giovane e ordinò alla figlia di non frequentarlo e guai a parlargli.

Donato tentò in vari modi di approcciare il Paron Piero, ma niente, lo faceva infuriare ancor più la sua insistenza.

Consigliato di sfruttare la mania di Paron Piero di parlare alla propria barca da un vecchio saggio, Donato una sera dopo  il tramonto si nascose proprio dietro la pietra d' ormeggio della barca di Paron Pietro e ne attese l' arrivo.

Fattosi buio Paron Pietro attracca e lega la barca e come al solito la saluta:
Buona sera barca mia.
E Donato a voce bassa:
Buona sera Paron Piero
Il pescatore resta di sasso e tutto spaurito si domanda:
E' Dio o il Diavolo che mi parla?
Nè Dio nè Diavolo, sono un Angelo mandato dal cielo perchè facciate sposare Bettina con Donato che è un bravo figlio.
Al Pol Tossela, urlò a quel punto Paron Piero, al pol Tossela.

Appena arrivato a casa con il cuore in gola, mandò subito a chiamare Donato e acconsentì al matrimonio dei due ragazzi.

Io credo che se avesse avuto ancora un figlia l' avrebbe data anche quella in sposa a Donato.

Con la solita formula del tempo, "E vissero felici e contenti", si chiude la storia.  
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16 novembre, 2018

Buora

    Il  Castrum Gradese , come fosse un membro di una grande famiglia , è stato da sempre sposato con la bora, sua compagna di sempre, che ne ha accarezzato fin dal principio le antiche pietre con le quali era stato eretto, sposa spesso benigna ma a volte dura ed implacabile.

Leggiamo qui un breve passo di Marin Sanudo che attesta la preoccupazione del Conte di Grado per il crollo di un tratto di cortina muraria provocato proprio dalla bora in un periodo di sua vigorosa forza e violenza.
La bora quindi ebbe la forza di danneggiare ciò che i gradesi consideravano immutabile segno del passato, inossidabile e imperituro confine della loro identità, della loro storia.

La Bora  sappiamo essere distruttiva e violenta, ma rispettosa e onesta.

1521 Ottobre
A dì 26.
 La matina, venne uno messo di la comunità di Grado con letere di sier Zuan Maria Malipiero Conte. Avisava come, per il gran vento stato, era cazudo da 40 passa di muro di quella terra e il resto minazava ruina, suplicando fusse provisto per esser propinquo al conte Christoforo; e si Grado si perdesse, saria gran danno. Fo comessa a li Savii dovessero far provision.
Quante le storie raccontate delle nostre nonne per metterci paura e al soffiar della bora ci dicevano che gli spiriti del mare urlavano con rabbia su la Mugia e di fare i bravi altrimenti sarebbero venuti a prenderci. 

 Buora

La riva cò l’ alba
un fistio e duto un sbateo
La Regina dei vinti
rompendo barcuni la va riando
a Gravo, fando mulineli.
La su la Mugia ze duto un spiumeo
par pianto la so vose, un lamento.
di Ferruccio De Grassi

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12 novembre, 2018

Il Vecchio Bunker Osservatorio


In questi giorni dedicati ai ricordi anche amari ma doverosi, ai nostri vecchi caduti, mi fa pensare che il giardino sulla diga scelto dalla nostra Comunità per questo scopo è  contiguo ad un altro posto utilizzato dai nostri anziani attuali.
Il Bunker

C'è un posto a Grado
, una specie di Osservatorio, un luogo rialzato di un paio di metri sul passeggio della Diga.
Sul pavimento  una rosa dei venti che indica le direzioni delle varie località che ci circondano.
Osservatorio perchè in tempo di guerra serviva a controllare il mare e ospitava una postazione di artiglieria costiera.

Ma l' Osservatorio è ormai luogo di pace, di conversazione e di meditazione.

La diga di Grado,  l' Osservatorio ne è il punto focale, è sempre stato un punto di ritrovo per gli anziani pescatori e marinai, un punto di aggregazione per trascorrere insieme la giornata indulgendo allo sport più praticato a Grado, lo sparlare di tutti.

Lentamente, con il cambiare dei personaggi che di volta in volta compongono il gruppo, si sono trasformati nel Senato Cittadino e il vecchio bunker sulla diga, che fa da riferimento per il ritrovo:  "Montecitorio".

Ovviamente ogni decisione del consiglio comunale viene passata al vaglio e la vita cittadina ai raggi X.


Così, tra un consiglio ai turisti sulle previsioni del tempo, discussioni su chi fosse più bravo a pescare o a navigare, la giornata trascorre e passa.

Poi la decisione di condividere  le memorie, le tracce del vissuto e hanno fatto una bacheca per ricordare.
Ognuno ha portato qualcosa nella bacheca, vecchie foto di quotidianità isolana, alla fine qualche vandalo ha deciso di portarsela via, così per ridere,  perchè i ricordi e la normalità sono come gli alberi, vanno asportati.

Per fortuna qualcuno curioso di tutto come me, fotografa e rivedendo vecchie cose, dal cassetto virtuale, dimenticata ma sempre viva, rispunta fuori, torna a vivere la vecchia bacheca con il suo carico di storie.

Pare che il passato sia racchiuso in una scatola dove le cose sono raccolte alla rinfusa. 
Immagini, sensazioni, brevi sequenze di luce sono ciò che resta di forti emozioni.
Ricordi indelebili fissati in una fotografia.

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09 novembre, 2018

Commemorazione dei caduti


Domani 10 novembre alle ore 10 si scoprirà la lapide commemorativa per i cittadini gradesi caduti durante la Grande Guerra con l’uniforme austroungarica
L’opera,  verrà posta nell’aiuola a fianco del Municipio, in Largo della Vittoria, in cui è già presente il “masso istriano”.
I miei nonni erano marinai e per fortuna sono tornati entrambi dalla guerra (scriverne altrimenti sarebbe stato difficile) si sono imbarcati all' inizio come parte dell' esercito austriaco e si son ritrovati italiani alla fine.
E' giusto ricordare i tanti loro commilitoni scomparsi.

Un destino feroce ha coinvolto la nostra gente con la prima guerra Mondiale.
I nostri vecchi, gente veneta da sempre, si son trovati messi in mezzo a questioni più grandi di loro, prima conquistati dai francesi poi conquistati dagli austriaci senza combattere e senza saperlo.

Erano Marinai e pescatori che si accontentavano di sopravvivere ma essendo gente di confine per uno strano destino  tanti nostri nonni, sono stati considerati contemporaneamente traditori(dalla parte austriaca) ed eroi (dalla parte italiana) evidenziando ancor più lo strazio irrisolto del confine.

'Gnò Nono Piero Zuliani  marinaio di I Classe austriaco durante la prima guerra mondiale era in Cina, prigioniero.

Era tornato a Grado dopo 8 anni, lui, imbarcato come marinaio di I Classe con la marina austriaca appena ventenne nel 1912 con la nave da guerra a.u. "Kaiserin Elisabeth" in missione nei mari della Cina.
La nave,  dopo aver combattuto fieramente a fianco dell' alleato tedesco contro forze soverchianti e finite le munizioni,  si autoaffondò e l' equipaggio fu imprigionato dai giapponesi nel 1914,  successivamente si fece il resto della guerra in campo di prigionia in Giappone.

Nella fase finale della guerra l'avevano fotografato, serio con i baffi spioventi, con quella bandiera Italiana alle spalle tenuta da un compagno.
Tornò a casa nel 1920 con la divisa del' esercito italiano a cui aveva nel frattempo giurato fedeltà, come irredento, per poter essere rimpatriato.

Io l' ho conosciuto poco, era un uomo chiuso attorniato da una nidiata di figli (quindici) a cui si sono aggiunti i nipoti con il passar del tempo e spartiva i sui rari sorrisi con moderazione con tutti.

Non ti dava soddisfazione, non ti raccontava niente, lui che avrebbe potuto stupirmi con il suo passato, zitto.

Mia madre mi disse che gli avevano imposto il silenzio sul suo passato così contraddittorio (come fosse colpa sua) ma tant'è che io la sua storia l' ho saputa leggendo il libro di Bruno Scaramuzza "I Gradesi nella prima guerra Mondiale". (le due fotografie provengono da la)
Lui non ricordava, aveva rimosso, si dedicava al suo lasciarsi vivere circondato da una marea di figli vocianti ed affamati e con pochi amici con cui condivideva silenzi davanti ad un "quarto de rosso" la "De Tanori".

La guerra gli aveva tolto tutto, gioventù e voglia di vivere, tanto per ricordarci che le guerre si possono solo perdere, tutte, da qualsiasi parte tu sia. 


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06 novembre, 2018

Commissari e Podestà a Grado











A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie belle o brutte che siano.


"La Comun" così è detto il Palazzo Comunale, nelle cui sale la vita cittadina viene amministrata con fortune alterne da secoli.

Non hanno mai avuto vita facile i Sindaci (un tempo Podestà) del nostro Comune, la vivacità (sic) della nostra gente, l' insofferenza alla prepotenza  di certuni, la piaggeria e la noncuranza della cosa pubblica di tantissimi altri (sempre pronti a salire sul carro del vincitore ma allo stesso tempo prontissimi a scendere)  porta a formare uno strano mix quasi sempre esplosivo che rende la vita difficile se non impossibile a chi governa.

"Le lotte intestine, che vorrebbero essere di partito, ma che in realtà non sono che personali, già da parecchio tempo inaspriscono il cuore dei benpensanti, infondono ancor più l' odio di parte..."

Titolava così un anonimo cronista del Corriere Friulano in 14/3/1905  e sottolineava una situazione a dir poco esplosiva: denunce, minacce, scontri anche fisici tra i sostenitori della Deputazione Comunale Liberale  e gli oppositori Cristiano Sociali. 
Gli scontri erano ormai giornalieri.

Stiamo parlando di Grado ad inizio secolo scorso, il 12 aprile 1905 il Podestà Giacomo Marchesini rassegnava le dimissioni.

Inizia così nel 1905 la lunga lista di Commissari che nel corso degli anni saranno più numerosi dei Sindaci e dei Podestà eletti dal popolo.

Il 22 aprile 1905 fu sciolto il Consiglio Comunale e nominato Commissario il Sig Giuseppe Gasser, un addetto del Capitanato Distrettuale di Capodistria.

Interessante a tal proposito è notare che con la nomina di Gasser a Commissario fu tolta al Comune, con apposito provvedimento Provinciale, nel 1907 anche l' Amministrazione dell' Azienda dei Bagni.

Biagio Marin in un suo celebre discorso in occasione del 80° anniversario della costituzione dell' Azienda nel 1972 tristemente riconosceva :

" ...a nessuno passò per la testa che quel provvedimento era stato provocato dall' inadeguatezza dell' Amministrazione Comunale".

Per la cronaca il Podestà successivo fu Giovanni Corbatto detto Sucon!



 i nostri vecchi saggiamete dicevano:

"robe de la Comun, robe de nissun" 


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04 novembre, 2018

La Processione dei Morti - El Stransito -

L' immagine è del Maestro Dino Facchinetti

A Grado, come in tutte le comunità chiuse, quello dei morti è sempre stato un argomento ricorrente nei discorsi dei grandi e finiva per coinvolgere anche l'attenzione dei bambini. 

Le storie locali sono frutto di fantasia (forse) ma  fanno trasparire un  profondo rispetto per i defunti, una cultura derivata dalla notte dei tempi della nostra popolazione e al culto romano per gli avi.

Ai morti ed ai loro spiriti si deve profondo rispetto, guai a parlarne male si possono avere delle brutte conseguenze, anzi bisogna pregare molto per questi spiriti che vagano nella notte per la loro pace eterna . 

Si dice che in certe notti in specie di questi giorni, verso le quattro (o anche alle sei), ci sia lo stransito, la processione dei defunti per le cube di Grado;

Al son de le campane de Gravo e quele de la Laguna: 
Barbana, S.Piero d'Orio ,San Zulian, Santi Cosma e Damiano, i morti de 'l simisterio grando e quii dispersi de la Laguna, pèr volontà del Signor, i vigniva fora dè le fosse, i torneva a esse comò vivi, i se cateva visin de la ciesa granda cò 'na candela in man. 
Dopo messa portai dai veci preti, risorti anche ili, i scuminsieva al stransito partindo dal Pulindron (cimitero dietro la chiesa) passando pèr dute le cale e i canpieli de Gravo vecia, davanti a le sò case, 'ndola i veva vissuo, patio, i pianzeva cò oci infossai. 
I gera, miera e miera, anche quii dè timpi più antighi e se li sentiva pregà cò le mane zonte.

sono tanti e tutti in fila recitano le loro litanie o chiedono preghiere e:
 no bizogna esse curiosi de vighili 
finito lo  stransito per "Strà Longa"  tornano in cimitero, che  nei tempi passati era giusto a ridosso della Chiesa di S.Eufemia in Campo Patriarchi.

La sera dei Santi si cambiavano le lenzuola perche i morti potevano voler  tornare a casa nei loro letti e sulla tavola della cucina si accendono i lumini, tanti quanti sono i morti che si onorano. 

Accade anche  di  vedere qualche parente in un luogo in cui è impossibile che si possa trovare, questo può  essere l'annuncio della sua dipartita, nel qual caso una stella cadente indica:
se ze de note prima de mezanote, i toca a  un omo, e dopo mezanote ze una femena
Mah!  Ma me creo che i conta 'ste storie per insenpià la zente!


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02 novembre, 2018

Carussi e bussolai


L' immagine è dell' archivio Marocco

Questo è un momento storico di abbondanza e per sottolinearlo vengono pubblicati libri, anche bellissimi come l' ultimo di Nico Gaddi, sulla cucina locale che presenta dei piatti straordinari tratti dalla nostra tradizione, ma un tempo l' indigenza, se non la fame, portava i nostri vecchi a vedere il cibo con occhi adoranti e i termini che usavano erano poetici.

In un paese dove la fame ha fatto da protagonista per generazioni, i termini che identificano il cibo devono per forza essere poetici, ed è così a Grado dove la terminologia gastronomica messa di seguito sembra sia poesia.

Carussi e bussolai, bone grassie (ciambelle della cresima), pan co l'ua, pan de fighi, pan consao o co l'ogio, pinse e fugasse, frisse (ciccioli di maiale fritti) sigari de bon-bon, perussoli, mestroculi e stiopetini, legno dolse, carobe, sucoro de Gurissia (liquirizia), crustuli e fritole, panadela, mesta (la sbobba del casoner- olio, pepe, farina e fagioli qualche frissa e sardele salae), risi co l'ogio, bisi sichi col pesto, zuf (farina di granturco bollita con acqua e latte) perseghi, nespuli e sorbuli co la polenta, pesse salao soto fraco, sarduni e renghe, bacalao, datuli e fighi, peverasse, caparossuli, sgarsenei e cape de vale, scanavesse e giarissi, e buriti de duti i coluri.

Questi, in parte e alla rinfusa i termini della tradizione culinaria da non dimenticare. 

Dopo è arrivata la Ristorazione e tutto si è appiattito e globalizzato
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