Cerca nel blog

30 luglio, 2017

Estate. Fa Caldo...


Estate.  Fa Caldo...
Quindi ti fai prendere dal dolce soffoco dell’estate, perché il bello del caldo è quel suo essere un grande alibi per le nostre immutabili pigrizie,                                                     tutte quelle cose che in altre stagioni devi fare, in estate no, si perdono o si dilatano, perché fa caldo.
E’ questo scivolamento nel nulla, l’estate, non gli impegni che si diradano, ma il loro sfaldarsi pian piano, evaporare come il sudore, l’avere il respiro lungo, comprendere che nulla è così necessario o così impellente e doveroso. 
E’ il tempo in cui il tempo rientra nella dimensione giusta, più lenta ed umana, e tu puoi perderlo a guardare il sole, il mare, le nuvole all’orizzonte, fermarti a non fare nulla con il giusto ritmo per farlo.

Poi passa, eh.

Share/Bookmark

28 luglio, 2017

Pericolo: Diventare adulti




Io non ci vado spesso in spiaggia, ma una passeggiata sulla diga ad osservare i bagnanti sulla riva la faccio spesso, mi è capitato di osservare una scenetta che merita di essere raccontata:

Il bimbo è un angelo al massimo duenne, paffutello e tranquillo. 
Ha il suo secchiello, è seduto in riva al mare e "sbatocia" allegro con la sabbia bagnata, impastandola con le manine senza altro fine che divertirsi. 
Infatti si diverte un mondo e non dà fastidio a nessuno.
Finché non arriva il padre o presunto tale, fino a quel momento impegnato a farsi i cavoli propri e ahimè invece improvvisamente deciso a farsi quelli del piccolo.

«No, ma non si fa così! Così non riesci a costruire un castello!»   dice il genitore competente, che subito comincia a smanacciare con il secchiello del figlio per costruire una torre.

Il piccolo lo guarda perplesso, anche perché di costruire una torre non gliene frega assolutamente nulla, essendo tra l'altro in un’età in cui il concetto di “torre” e “castello” è di là da venire, e c’è solo una enorme distesa di sabbia in cui affondare le manine e divertirsi. 
Quindi prima guarda con la faccina triste il padre che capovolge il secchiello, poi, una volta che il padre ha costruito la torre e la fissa sentendosi un architetto affermato, si alza, trottola di fianco alla costruzione e con un ben assestato colpo di piedino la butta giù e poi ci si siede sopra, ridendo a più non posso.

«No! –  sbotta il padre – non si fa!» e inizia a sgridarlo neanche avesse distrutto la casa di famiglia.
Il piccolo ovviamente non capisce cosa ha fatto di male, e quindi, lui che fino a quel momento era stato tranquillissimo, scoppia in un pianto disperato, urlando come un matto.

Il piccolo, intanto, non potendo più giocare con la sabbia bagnata, inizia a giocare con quella asciutta, prendendola con i pugnetti e tirandola addosso a chiunque passi. 
Quando qualcuno alla fine si lamenta, la madre inizia un litigio accusando tutti di essere razzisti e intolleranti nei confronti dei bambini. 
Seguono dieci minuti di insulti incrociati, bofonchiati a voce più o meno alta, un tutti contro tutti in cui ci si rinfacciano presunte colpe che risalgono ai tempi di Adamo ed Eva, e forse un po’ più su.

Il piccolo ha smesso di piangere, nel frattempo. Guarda gli adulti.

Negli occhi gli leggi il terrore di diventare così.

Share/Bookmark

26 luglio, 2017

I Pescatori di Palù (Casoneri)


La vita dei casoneri di un tempo era una vita condotta per la maggior parte all'interno della famiglia, i contatti con il mondo esterno erano molto limitati e soltanto le grandi occasioni religiose, o faccende personali serie, richiamavano i pescatori di laguna a Grado

A Grado un tempo, ma non proprio tanti anni fa, c'era una frattura ben chiara tra la popolazione che abitava la laguna (casoneri o graisanati) e la gente del paese che si riteneva superiore per censo e per istruzione ai pescatori.

I Pescatori di Palù  (Casoneri) ricambiavano con spregio e definivano i paesani "scartossiti", modo ironico per descrivere il loro abbigliamento che con giacche e cravatte li facevano somigliare a pacchettini regalo.

Anche il dialetto in Laguna era diverso, più arcaico e meno influenzato da vocaboli esterni quello lagunare, più aperto a contaminazioni quello del paese abituato a rapporti stretti con il retroterra friulan-giuliano triestino.

Il modo di vivere era profondamente diverso, attaccati alle tradizioni e alla stagionalità naturale i pescatori di Laguna, poco ciarlieri e con poca necessità di parole al di la dello stretto necessario.


(nel video scene di pesca con attrezzi tradizionali)

Share/Bookmark

24 luglio, 2017

La Quabita e la Caligà in Busata



Sono questi tempi moderni dove le previsioni del tempo hanno assunto un significato sproporzionato alle vere necessità di ognuno di noi,  siamo bombardati notte e giorno da previsioni in tutte le salse e condimenti.


Un tempo tutto era demandato all'esperienza e alle conoscenze dei vecchi saggi che mescolavano, con grande maestria e  ritualità,  realtà a misticismo.
Ma, alle volte, nonostante la grande perizia che poggiava su conoscenze sperimentate dal tempo, c'erano dei fenomeni atmosferici molto temuti dai pescatori contro i quali si usavano degli espedienti che potevano essere considerati dei veri e propri riti in cui religiosità e magia erano fuse insieme. 

E' di oggi uno di questi fenomeni, "Una caligà in Busatta"  pur annunciata fa sempre paura; per questi fenomeni i nostri vecchi si affidavano ad un rito che aveva ben poco di sacro e molto di misticismo rituale.
Un rito molto poco conosciuto.
La storia della gente di Grado di scritto ha ben poco e tutto si tramandava oralmente, così in generale per rendere più efficaci racconti di fatti che dovevano fare un lungo percorso nel tempo e passare da generazione in generazione li si condiva di mistero e di complesse liturgie mistiche.

Uno di questi è chiamato la Quabita ( una traduzione possibile del termine è:  cantilena) e i pescatori lo usavano contro temporali minacciosi, trombe marine, ma soprattutto contro "le saete"  per la salvezza di tutti coloro che erano in mare.

Il rito veniva compiuto da un vecchio pescatore che disegnava sulla sabbia il Gropo de S.Simon in riva al mare poi, voltando il capo all'indietro, colpiva con un coltello il centro di questo disegno, nel mentre pronunciava:
S.Barbara e S.Simon deliberene de sto lampo e de sto ton e de sta saeta, S.Barbara benedeta.

Non era mai solo sulla riva, c'erano con lui altre persone che pregavano e cercavano di
rispondere alle sue preghiere, quando non ne erano capaci si limitavano
a dire: 
Anche questo come quelo .  (L' origine del culto di Quelo di Guzzantiana memoria)

Me par de vighili, e funzionava!  


Ora lo sapete anche voi nel caso fatelo, male non può fare.
Share/Bookmark

23 luglio, 2017

Carnevale Estivo



Grande festa e riuscitissima sfilata dei carri allegorici del Carnevale estivo 2017  organizzato dai bravi Sandro Marchesan - Sogit   e Marco Bellucci - Admo, associazioni di volontariato benemerite in collaborazione con il Comune.

Il filmato (con puntamento automatico sui graisani presenti) ripropone qualche momento della sfilata lunghissima, rumorosa e per una volta apprezzata da tutti, residenti e ospiti.


Un grazie particolare ai Carabinieri che hanno supportato l' evento garantendo il tranquillo svolgimento della serata.


Share/Bookmark

21 luglio, 2017

Un rito la spesa al supermercato.



Ormai ho il tempo libero che voglio e quindi è diventata operativa l' obbligatorietà di accompagnare mia moglie a fare la spesa al supermercato.

Un rito la spesa al supermercato.

Ovunque uomini con facce scure, rassegnate.

Faccio qualche tentativo di partecipare al rito della spesa, immediata reazione:
 -cosa vuoi capire tu di cosa ci serve-;
provo qualche gesto furtivo e butto dentro al cestino qualcosa che mi va, beccato, neanche avesse il radar, e rimesso al posto l'oggetto desiderato.

Una lagna, una sofferenza a cui non ti puoi sottrarre.

A noi maschi ormai tocca subire. 

Genuflessi alla forca caudina del testosterone, balliamo un limbo al contrario che ci rende spesso ridicoli anche alla nostra ex bimba adorata

Ormai siamo ometti addomesticati da queste donne moderne, così emancipate che più che essere felici, gli interessa avere sempre ragione!

Una volta era più semplice, una clavata sulla testa e si rimorchiava nella grotta. 

Forse si era tutti più felici (noi certamente), senza ansie da prestazione, punti G da ricercare come una caccia al tesoro.

Alla nostra ava neanderthaliana forse restava un leggero mal di testa, ma tanto lo hanno quasi sempre anche ora.

Poi le tesserine a punti, cose arcane, dedicate al sesso femminile unico addestrato e autorizzato a capire come funzionano e a cosa servano.

Al supermercato, quando sono da solo, mi chiedono sempre se ho "la tesserina", non ho mai capito perchè.

Però ho notato che anche senza tesserina mi fanno passare lo stesso. Boh!  

Share/Bookmark

20 luglio, 2017

Caccia al Tesoro Mascherata



Sabato 22 luglio  ci sarà la sfilata del Carnevale Estivo organizzato dalla SOGIT-ADMO, mi fa ricordare la mia gioventù alla metà degli anni 60

E' indubbio che gli anni sessanta portarono inquietudine, voglia di ribellione e desiderio di rinnovamento.

Ma che energia nei giovani di allora, che capacità organizzative, voglia di vivere e cultura.
Una di queste bolle di energia creativa portò a Grado la nascita della Caccia al Tesoro Mascherata.

La futura classe dirigente isontina, friulana e lombarda si cimentò tutta nella mitica Caccia al Tesoro per gruppi mascherati che ebbe il suo esordio nel 1964.

Si trattava di una gara particolare, che coinvolgeva circa un centinaio di studenti di varie provenienze divisi in squadre da 5 a 10 persone, senza limiti di età ma con l'obbligo della presenza di un maggiorenne patentato per spostarsi all'esterno di Grado.

Le prove da affrontare erano durissime e stimolavano la fantasia, inventiva, il senso artistico e le qualità organizzative.
Venivano sorteggiate alle ore 8,30 compreso il costume da indossare.

Una prova fondamentale era la sfilata delle squadre per i viali principali.

Oltre alle prove culturali del mattino, al pomeriggio, sull' arenile, avvenivano le prove di forza e impegno fisico.

Verso le 18 al Teatrino dell' Isola d'Oro la rappresentazione di una breve piece teatrale di circa 10 minuti concludeva la giornata di caccia.

L'epilogo alla sera presso il Dancing Isola d'Oro con premiazioni, risate e divertimento per tutti i partecipanti e loro amici, che le squadre erano si limitate ma avevano aiuti esterni.

Tutto finì nel 1978.

Un simbolo di un tempo ormai consumato, la Grande caccia al Tesoro mascherata, cessò definitivamente, dopo 15 anni, di esistere. 


Share/Bookmark

18 luglio, 2017

MONDO ISOLANO-BIDIMENSIONALITA'


Grado-Un dosso biondo

Il mondo isolano è  un mondo bidimensionale: 
l’infinita orizzontalità dell’acqua non ammette altro.

Inspiri ed espiri il sentore umido, che senti ogni sei ore, del fango vischioso lasciato dalla marea in quell’ instancabile amplesso che avviene tra terra e acqua;  
no non è profumo è un’ odore antico, ancestrale.

Natura stordente primitiva, odore che il Mare lascia dietro di se con quella disinteressata generosità che appartiene soltanto alla Natura.

Le dune – che noi chiamavamo monti – sono l’ idea del rilievo, l’unica idea possibile e immediata esistente in casa nostra; 
sono il preludio alla terra, la via della tridimensionalità euclidea, ci preparano al dialogo di forme della terraferma, togliendoci dall’ipnotico potere dei misteriosi rettilinei marini. 

E su di esse, dalla minerale aridità delle sabbie, cominciamo a vedere il miracolo del passaggio in un diverso regno della natura:
 le piante e gli alberi.

Share/Bookmark

17 luglio, 2017

Veci fati capitai sull' Isola dei Orbi


In foto  l' Isola dei Orbi, drio de la Vagiarina


Leggere le descrizioni delle zone lagunari da parte degli anziani è una meraviglia perchè ogni parola ha un suo significato recondito e descrittivo che va al di la del puro significato letterale.
Questa la  descrizione della Laguna verso S.Marco, dietro all' Isola della Ravaiarina.

Ze una zona picola, quela  drio i Orbi, un toco de la Vagiarina, al toco che scuminsia dopo la Vale de Giovani.
La velma de i Orbi.
Dalongo dopo ze al "Comio Bianco" e dadrio la "Ciusa Mata" che gera una seragia stramba.
Al Comio Bianco al se diseva Bianco perchè no gera nissuna pavarina, al gera valio.
L' Ara Storta la gera 'nverigolagia: la va la vien la torna indrio.
Al Canal de l' Omo Morto al gera drio dei Duturi ma al vero motivo del sovo nome ze che al 'ndeva suso e dopo al moriva sul fondao.
Ze un Canal che nol te porta de nissuna parte; se va in velma e al more. 


Voglio rendere giustizia scrivendo la verità sui fatti accaduti tanto tempo fa nell' Isola dei Orbi che, nel pensare comune, vengono considerati fatti di vendetta tra fratelli gradesi ed invece l' origine del nome deriva da un fatto di giustizia ordinaria.

L’isola dei Orbi
 I dise che l’isola la se ciama cussí per un fato sucesso tanti e tanti ani fa. 
L’isola la gera abitàgia da do fradêi zemeli che, comó duti in palú, i viveva de cacia e pesca. El problema piú grando che i veva gera quel de l’aqua. 
Quela de le sorgenti del palú la gera salmastrela e per ’vê quela bona i doveva ’ndâ fin a Aquileia. 
In una de queste escursión in tel paese furlàn un dei do fradêi l’ha cognossúo una bela zóvene. 
El s’ha inamorao de ela e l’ha sposàgia, e l’ha portàgia a vîve su l’isola. 
Per un poco de tenpo xe ’ndao duto ben; ma una note el sposo che ’l gera ’ndao a levâ i saltareli (le arte per i sièvuli) dato che veva fato siroco,  el xe tornao a casón prima del previsto. 
Nel scuro ’l xe ’ndao in leto e l’ha catao so fra’ che ’l dormiva co’ la sposa. 
Xe nata una barufa tremenda tanto che sto qua, oltro che l’onor l’ha perso un ocio. 
De quela note la pase su l’isola la xe finía. 
L’ofeso s’ha rivolto al tribunàl per ’vê giustissia. 
El giudice dopo ’vê sintío i fradêi l’ha vogiúo sintî anche la sposa. 
"Signor giudice – l’ha dito ela – scuro de luna, scrimisín, zemeli, duti do col stesso odór de pesse. 
Me no m’hè acorto cu che xe vignúo in leto perché durmivo" 
Cussí el giudice l’ha sentensiao: "L’ofesa la deve êsse ripagàgia!" 
E ’i ha fato cavâ un ocio anche a quel oltro zemèl. 
La zóvene furlana invesse l’ha condanàgia a lontanâsse de l’isola. 
Invesse i do fradêi i xe stai condanai a vîve su l’isola "fin che morte non venga"
De quela volta per ricognôsse el posto la zente dise: 
"l’isola dei Orbi", là del "fondao dei "Orbi" che incora adesso ’l se ciama cussí.

Per i non portati all' uso del dialetto gradese accompagno ricca traduzione in lingua 'taliana:


Dicono che quell’isola si chiami così per un fatto successo tanti e tanti anni fa. L’isola era abitata da due fratelli gemelli, i quali, come tutti gli abitanti della laguna, vivevano di caccia e pesca. Il problema più difficile da risolvere per loro era quello di procurarsi l’acqua potabile. Quella delle sorgenti della laguna era piuttosto salmastra e per trovarne di quella buona bisognava andare fino ad Aquileia. In una di queste escursioni nel paese friulano, uno dei due fratelli conobbe una bella giovane. Se ne innamorò, la sposò e la portò a vivere sull’isola. Per qualche tempo le cose andarono bene; ma una notte lo sposo che era andato a levare i "saltareli" (le reti per i cefali), essendosi alzato lo scirocco,  tornò al "casón" prima del previsto. Al buio, andò a letto e trovò il fratello che dormiva con la sposa. Nacque una lite furibonda nella quale lo sposo, oltre all’onore, perse un occhio. Da quella notte, la pace sull’isola finì. Il ferito si rivolse al tribunale per avere giustizia. Il giudice, dopo aver sentito i fratelli, volle sentire anche la sposa. "Signor giudice – disse la donna – la notte era buia, piovigginava, sono gemelli, tutti e due con lo stesso odore di pesce. Non sapevo chi fosse venuto a letto con me, perché dormivo". E il giudice cosí sentenziò: "L’offesa deve essere ripagata!" E fece cavare un occhio anche all’altro gemello. La sposa fu condannata ad allontanarsi dall’isola. Invece i due fratelli furono condannati a vivere sull’isola "finché morte non venga". Da allora, per indicare quel posto, la gente dice: "l’isola degli Orbi", sul "fondale degli Orbi"; e ancora adesso si chiama così. 



Share/Bookmark

16 luglio, 2017

INFLUENCER


Come SEMPLICE blogger mi sento ormai in declino, in vago odore di disoccupazione (un po' come il consulente), diventare un influencer è la mia aspirazione ed evoluzione naturale, il blogger in carriera che ha fatto il salto, non insegue più le mode, è lui a dettarle. 

In teoria  ognuno di noi può diventarlo: basta mettere assieme qualche milione di like, commenti e utenti unici sui propri social e il gioco è fatto. 
(io so di uno...)

Gli Asset, i marchi, dalla multinazionale alla proloco, sono a caccia di questi nuovi guru della virtualità, a quanto pare gli unici capaci di orientare davvero gusti e consumi.  
Influencer: sentite che po po di parolona (in inglese impressiona), niente a che vedere con l'italiano “influenzatore” che sa di rimedio omeopatico.

Cercherò legioni di follower  pronte a condividere entusiasticamente qualunque cosa gli indichi come  cool:
 un paio di sandali ortopedici vintage, il weekend nel capanno ecosostenibile (a Cason a Cason), un pasticcio di erbe secondo l'antica ricetta Graisana. 

Roba che se ne parli con un amico ti chiede se sei impazzito,
ma se lo posti come  in f l ue n c er , scattano tutti sull’attenti.


 È la rete, caro mio, la nuova frontiera: 
dopo la post-verità, sta arrivando la post-marchetta.
MI ci voglio dedicare-

Nello foto un influencer fa la raccolta differenziata e dettagliata di nuovi prodotti.

Share/Bookmark

14 luglio, 2017

Nonno PIero Zuliani



Un destino feroce ha coinvolto la nostra gente con la prima guerra Mondiale.
I nostri vecchi, gente veneta da sempre, si son trovati messi in mezzo a questioni più grandi di loro, prima conquistati dai francesi poi conquistati dagli austriaci senza combattere e senza saperlo.

ERano Marinai e pescatori che si accontentavano di sopravvivere ma essendo gente di confine per uno strano destino  tanti nostri nonni, sono stati considerati contemporaneamente traditori (dalla parte austriaca) ed eroi (dalla parte italiana) evidenziando ancorpiù lo strazio irrisolto del confine.

'Gnò Nono Piero Zuliani  marinaio di I Classe austriaco durante la prima guerra mondiale era in Cina, prigioniero.

Era tornato a Grado dopo 8 anni, lui, imbarcato come marinaio di I Classe con la marina austriaca appena ventenne nel 1912 con la nave da guerra a.u. "Kaiserin Elisabeth" in missione nei mari della Cina.
La nave,  dopo aver combattuto fieramente a fianco dell' alleato tedesco contro forze soverchianti e finite le munizioni,  si autoaffondò e l' equipaggio fu imprigionato dai giapponesi nel 1914,  successivamente si fece il resto della guerra in campo di prigionia in Giappone.

Nella fase finale della guerra l'avevano fotografato, serio con i baffi spioventi, con quella bandiera Italiana alle spalle tenuta da un compagno.
Tornò a casa nel 1920 con la divisa del' esercito italiano a cui aveva giurato fedeltà, come irredento, per poter essere rimpatriato.

Io l' ho conosciuto poco, era un uomo chiuso attorniato da una nidiata di figli (quindici) a cui si sono aggiunti i nipoti con il passar del tempo e spartiva i sui rari sorrisi con moderazione con tutti.

Non ti dava soddisfazione, non ti raccontava niente, lui che avrebbe potuto stupirci con il suo passato, zitto.

Mia madre mi disse che gli avevano imposto il silenzio sul suo passato così contraddittorio (come fosse colpa sua) ma tant'è che io la sua storia l' ho saputa leggendo il libro di Bruno Scaramuzza "I Gradesi nella prima guerra Mondiale". (le due fotografie provengono da la)
Lui non ricordava, aveva rimosso, si dedicava al suo lasciarsi vivere circondato da una marea di figli vocianti ed affamati e con pochi amici con cui condivideva silenzi davanti ad un "quarto de rosso" la "De Tanori".

La guerra gli aveva tolto tutto, gioventù e voglia di vivere, tanto per ricordarci che le guerre si possono solo perdere, tutte, da qualsiasi parte tu sia. 




Share/Bookmark

13 luglio, 2017

MIgranti



Piccola storia raccontata da un ragazzo trasferitosi con la famiglia da Grado nella Bassa Friulana agli inizi del 20° secolo, narrata in un friulano molto comprensibile e con immagini storicamente importanti della Grado inizi novecento.

Una storia di piccola emigrazione, come succede ai nostri giorni per i nostri giovani, ma con grandi sentimenti e legami alla terra e soprattutto al mare.


par me al mar l' è fat di aghe  
e quand soi stuf dei ciamps
                                                iò vai dal nono e cialin al mar


Questo post, tratto da un filmato rai tagliato e rimontato da me, lo voglio dedicare ai tanti amici friulani che leggono e spero apprezzino il blog.
Share/Bookmark

11 luglio, 2017

Ah ! La Mamma




Giornatacce  gran caldo umido, nessuna voglia.

Le ore libere pomeridiane le trascorri seduto sotto l' ombrellone del solito bar  per difenderti dal sole e da un caldo appiccicoso ed umidiccio, e così, condividendo con altri indigeni la pedana esterna del  bar stretti stretti tra tavolini ormai comunicanti tra loro, senti conversazioni che non dovresti ne vorresti e ti colpiscono perchè la gente parla, parla dei suoi problemi e qualche volta, pur comprendendo che il fondo è tragico, ti vien da sorridere.

Ho Sentito queste perle:

Mò suore, la he iscrita al Liceo, quel dificile al sientifico, roba de figi de papà e 'desso dopo duti sti ani de studio e de spende soldi la me lavora comò diplomata, indirisso schiampiste in nero.

E me suore, al mio l' ha deciso de fa politica, ma quela liquida, al ze sempre in bar 'ndola che al dise se fa le più serie discussiuni politiche del paese, ma, suore, me par che più che la circolassion de le idee gira mundi spriss e mojiti.


Che t' ha de fa suore! Ze mamuli i cressarà.

E' proprio vero "cuore di mamma". 
Share/Bookmark

10 luglio, 2017

Nati a Grado



Da studi demografici attendibili risulta che entro il 2050 i gradesi autoctoni scompariranno del tutto o comunque diventeranno numericamente inferiori ai "foresti".

Già ora il nostro dialetto è in completa defaillance (termine derivato dagli occupanti francesi), parlato interlacciato con termini in lingua o addirittura inglesi (a ricordo del rogo del Comun) ed è destinato a corrompersi sempre più visto che le mamme ne fanno pochi di pargoletti e, da quei pochi, pretendono la parlata in lingua.

Qualcuno tenta ancora di difenderlo o perlomeno ricordarlo ma è sempre più complicato per le interferenze triestine e friulane nella parlata comune.

Fatto sta che, dopo la migrazione forzata di quasi 1000 nostri concittadini verso i comuni limitrofi causa i prezzi inavvicinabili degli immobili a Grado (lo sviluppo turistico), l' età media dei residenti si è alzata di colpo e quelli che possono dire "nato a Grado" ormai sono ben pochi.

Finirà che Grado antica e perfino la storia della nostra infanzia saranno oggetto di studi di antropologia  (a tal proposito ho collaborato con una ragazza veneziana che ha fatto una tesi di laurea sull'antropologia gradese) e di etnologia che faranno ricostruzioni ardite e fantasiose sulla vita sociale e culturale degli abitanti di questo lembo de "sabion" strappato al mare e abitato all'epoca da protoveneti romanizzati.

Diventeremo fantasmi, ricordi, memorie; a questo punto sarebbe bene, seguendo l'idea in corso a Venezia raccogliere il DNA dei pochi rimasti per eventualmente clonarli in futuro.

"Cussì i corcali i sparirà (per la felicità di tanti) dal  Picolo Nio e  sul dosso biondo restarà solo al guano"  
Share/Bookmark

08 luglio, 2017

Cardo maximus - Stralonga



Gradus  (Grado)  costruita dai Romani come un loro accampamento militare con il cardo maximus (la strada principale  nord-sud) che l' attraversa.

Una descrizione di Massi "Tachelo" Cicogna poetica ed appassionata della sua Strada Principale del Paese:

Stralonga

Tu scuminsivi in Cul de Muro e tu finivi davanti ala Ciesa dele Grassie; 
a minsionàte, pareva che no tu finissi mai.
In quela volta tu gerì la più Ionga ma, vardando desso le autostrade che xe per mondo via, 
tu me par un gogogio che duti vol ghitàlo. 
Quii che sa la tova storia desso i sta siti, invesse i podarave sigà ai quatro vinti: 
«no stè dispressà sta roba, che per vèghela i vien de duto ‘l mondo».
Ma la sova zente i la dispressa, no i capisse de che roba che
i xe paruni, de un tesoro che al mondo no l'ha paraguni.

El  Signor t'ha fato aposta vissin ala sova ciesa, persìo che duti
se incolona a fài festa. 
Ogni canton de casa gera un fior, co’ la sova zente che faveleva co’ i oci, gera duto un ino al Signor.

Ma desso i tinpi i xe passai, la zente no la se cognòsse più e duti driti i passa via.
I omini veci no i poi desmentegàsse quanta storia che ha la
sova contrada, co’ atimi de contentessa o avilimento, ma contro
duto i gera temperai: veci pescauri, sempre col Signor in peto,
e co la Madona de Barbana i' veva fato un punto de riferimento.

Aneme semplici e genuine, zè là, missi in casa de ricovero, che
speta la sova fine. 
Me passo per de là e me par de vègheve che consé le arte. 
Me ciapa una strenta al cuor e vien zo do lagreme colde colde.

Massi Tachelo


Share/Bookmark

07 luglio, 2017

Grado e la sua Storia - NObiltae



Grado ha una storia che merita di essere conosciuta perchè ricchissima di esperimenti sociali impensabili in una così piccola comunità, l' esercizio di democrazia, la vivacità dei nostri amministratori e dei nostri concittadini del passato ci rende preziosi e unici dal punto di vista storico.   (secondo me anche per  l' attualità, ma sono opinioni)


Il primo Conte di Grado è stato Gabriele Barbarigo nel 1266. 

( da altre cronache risulta che  un Conte di Grado era già presente nel 1233 (Johannes Corino) e ricordano che nel 1240 tutti i podestà del Dogado (da Grado a Cavarzere) furono convocati a Rialto per giurare sui capitolari del Maggior Consiglio)

Il titolo di Conte al rettore della Comunità gradese era dovuta al fatto che lui reggeva non solo la piccola nostra città, ma pure l'intera contea di Grado, in latino "Comitatus Gradi", ovvero il territorio della grande e ampia laguna.


Egli rappresentava la massima magistratura locale e riassumeva in sé una pluralità di funzioni, fatto abbastanza eccezionale rispetto a tanti altri liberi Comuni del Nord: non solo era podestà, ma giudice, amministratore ed esattore. 



La durata del suo incarico risultava dapprima di 16, poi di 12 mesi, secondo il principio romano dell'annualità delle cariche pubbliche
(da consigliare anche ai giorni nostri)


Presiedeva il Tribunale, intratteneva stretti rapporti con la Serenissima, indiceva e presiedeva le riunioni del nobile Consiglio, che deteneva il potere decisionale sulle più importanti proposte che riguardavano l'intera comunità, perché:
“L’isola dipendeva bensì da Venezia nelle cose d'interesse generale, ma conservava propria autonomia" (Caprin). 


Vediamo gli aspetti più marcati dell' organizzazione amministrativa.

Inizialmente il Consiglio era formato dai membri di sette famiglie patrizie e rispecchiava la forma di governo oligarchica di Venezia; in seguito fu allargata la base del suo elettorato passivo.
Era composto da un numero variabile di membri, solitamente da 25 a 40 e forse più in alcuni mandati, e veniva convocato al suono della campana civica e dalla voce del banditore, nel Palazzo del Comune.


I suoi compiti erano fondamentali per la vita dell'Isola, perché, oltre ad eleggere tutti i magistrati comunali, deliberava sulle questioni generali ed emanava i relativi editti.
Come in tutti i liberi Comuni del periodo, l'organismo propositivo e sovrano era rappresentato dall'assemblea popolare o Arengo, che anche a Grado veniva riunito dal podestà periodicamente e in caso di necessità e urgenza o per assistere alle riunioni del Consiglio gradese, che "era la più bella e più pura incarnazione del Comune italiano" (Caprin).


Dal XIV secolo in poi le decisioni non si basavano più sulle regole consuetudinarie antiche di tradizione orale, ma sugli Statuti Gradesi, che il Consiglio emanava, soprattutto per fissare inequivocabilmente l'ordinamento del Comune stesso e le principali norme riguardanti i cittadini.


Oltre ad essi vi era il Libro dei Privilegi, che conteneva le esenzioni di cui godeva Grado per concessione della Serenissima in merito, per esempio, al diritto di pesca e al commercio con l'entroterra.


Le magistrature previste dagli ordinamenti comunali ed elette dal nobile Consiglio erano:
i due Camerlenghi, che si occupavano dell'amministrazione del denaro pubblico e della contabilità del Comune;


il Comandadôr, che svolgeva compiti esecutivi di ufficiale giudiziario e sanitario ed era responsabile della pubblicazione degli editti e delle grida;
i tre Giudici che costituivano il Tribunale, presieduto dal Conte, che pronunciava le sentenze civili per le frequenti liti tra i cittadini in ordine alle proprietà e penali per i continui lievi reati di una popolazione tormentata dalla miseria e dalle difficoltà dell'esistenza materiale (le questioni più gravi venivano demandate a Venezia);
infine vi era il Cancelliere, segretario del Conte, al quale competevano questioni di diritto amministrativo e di carattere militare.


Questo ordinamento del Comune gradese rimase in vigore fino al termine del XVIII secolo.


Al Patriarca veniva riconosciuta esclusiva competenza metropolitica nel campo religioso e spirituale, ma delle questioni politiche si occupava la Serenissima Repubblica mediante interventi diretti o attraverso il suo rappresentante e i magistrati liberamente eletti, in ampia autonomia, con un ordinamento amministrativo completamente diverso dalla vicina Aquileia, la quale dal X secolo era diventata feudo ecclesiastico germanico e il suo patriarca aveva assunto una preminente funzione politico-militare, come dimostrano le imponenti e devastanti invasioni di Grado dell'XI e del XII secolo da parte dei rivali patriarchi ghibelliní Wolfang e Ulrich Von Treffen, raccontate – forse - con eccessiva enfasi dalle antiche cronache veneziane.
Share/Bookmark