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21 febbraio, 2011

Intossicazione da Informazione


Riprendo una lettera inviata e pubblicata al Piccolo di Trieste di oggi, la lettera è firmata da un mio collega mitilicultore e la sottoscrivo con lui in toto sottolineando che la tossicità dell'informazione pubblica quando non è supportata da conoscenza esaustiva degli argomenti trattati è ben più tossica dell'allert che si vuol divulgare:

Sono un maricoltore e vorrei replicare al servizio sulle cozze cancerogene.
E' doverso riportare alcune precisazioni per cui chiedo asilo al «giornal de Trieste», che meglio di ogni altro dovrebbe valorizzare i prodotti locali.
Lungi dal fare dietrologie su chi trae beneficio dallo screditare un tipico alimento della dieta mediterranea, e cosciente dell’annoso problema di come i mass media trattano l’informazione scientifica, consiglierei innanzittutto di leggere «Pane e Bugie» di Dario Bressanini, ricercatore universitario, che in modo ironico e senza accademismi illustra l’«intossicazione» dell’informazione sul cibo.
Senza dilungarmi di più su questo argomento torno al titolo di testa «Le cozze avariate sono anche cancerogene»: nessuno ha venduto «cozze» avariate o deteriorate o guaste, semmai contaminate da biotossine presenti in alcuni casi in certe specie di alghe planctoniche delle acque al largo non assolutamente da reflui urbani, scarichi industriali ecc..
Dal libro citato riporto che di agenti cancerogeni ce ne sono circa un centinaio e non comprendono l’acido okadaico, mentre l’elenco dei promotori tumorali è molto numeroso e comprende anche prodotti di largo consumo come il caffè, la noce moscata, il pepe ed altre spezie ecc.
In sostanza in questo elenco sono riportate sostanze che in dosi massicce vengono somministrate a cavie o topolini sui quali si osserva l’eventuale insorgenza di patologie.
Mi domando come nei fatti invece un consumatore possa accumulare l’acido okadaico quando nell’arco di 6 ore all’ingestione si manifestano i noti effetti gastrointestinali, non solo, ma la tossina è una presenza saltuaria e per limitati periodi (erano anni che non risultava presente nelle nostre acque).
Fatte le dovute precisazioni su fatti sconosciuti ai più, come spesso accade su argomenti legati al mare, ritengo pregiudizievole colpire con titoli allarmanti una categoria già in crisi per gli sfavorevoli eventi naturali accentuati dall’irresponsabile facilonerie di alcuni, ma anche dal monitoraggio lacunoso nei tempi e luoghi che non ha permesso un’azione preventiva da parte delle autorità sanitarie.

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4 commenti:

Anonimo ha detto...

Nell'articolo apparso su “Il Piccolo” ci sono due distinte notizie che vanno trattate separatamente.
1) la presenza di biotossine nei molluschi è un fatto risaputo. Francamente non ho la più pallida idea se ciò sia un indice dello stato di malessere del nostro mare, se dipenda dall'innalzamento delle temperature, dall'inquinamento o dalla semplice eventualità.
Certo è che il problema non riguarda soltanto i nostri mari. Si segnalano infatti casi di intossicazione in Francia, in Spagna e in tutti gli altri paesi dediti alla commercializzazione dei molluschi. Purtroppo, il processo di lavorazione (es. la cottura) non è efficace. Anzi, più il mollusco perde acqua, maggiore è la concentrazione di biotossina nelle sue carni. L'unica soluzione adottabile è quella di un monitoraggio massiccio e costante sugli allevamenti e il conseguente fermo fino a quando i valori non rientrano nella norma. E qui vine il bello in quanto,
2) La vera notizia di reato contestato dal Pm. Guariniello è la presunta falsificazione della documentazione che avrebbe consentito la commercializzazione di un prodotto posto sotto sequestro. Sebbene la cosa da un lato sia sconcertante, dall'altro fa emergere che, nel caso specifico, i controlli sanitari all'origine, per quanto “lacunosi”, ci sono e talvolta sono sono pure efficaci (questo non vuol dire che non possano essere migliorati e intensificati). Il lettore attento arriva a questa deduzione che però non viene enfatizzata come nel caso degli effetti cancerogeni, veri o presunti, derivanti dall'ingestione dell'acido okadaico. Il problema a questo punto è quello di evitare che un prodotto posto sotto sequestro possa comunque inserirsi nella filiera della distribuzione che lo porta sulle nostre tavole. Il legislatore, in questo caso, può e deve fare la sua parte sia dal punto di vista dei controlli che da quello dell'inasprimento delle pene per i trasgressori.

Un'ultima nota:
Sono molte le organizzazioni che si occupano della sicurezza alimentare: Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) , Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) .

I controlli vengono effettuati da:
dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali: (Comando Carabinieri Politiche Agricole , Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari , Direzione generale della Pesca , Corpo forestale dello Stato )
Dal Ministero della Salute: (NAS, Uffici periferici della Sanità marittima e aerea, Posti di ispezione frontaliera, Istituti zooprofilattici nazionali, Aziende Sanitarie locali )
Ministero dell’Economia: (Agenzia delle Dogane, Guardia di Finanza, Polizia Annonaria )

Il PROBLEMA è che in Italia, a differenza degli altri paesi europei, non esiste un Ente indipendente verso il quale confluiscano tutte le informazioni che fanno capo ai singoli Ministeri in grado di coordinare i controlli e valutare i rischi per la popolazione.

Anche in questo caso il legislatore può e deve fare qualcosa...bunga bunga permettendo!!!!!!!!! :-(

Dario Raugna

Anonimo ha detto...

Corretta la disamina di questo maricoltore in merito all'informazione sul tema della sicurezza alimentare. Tanti danni hanno fatto i media informando (terrorizzando) su casi come la "mucca pazza", l'influenza aviare, la diossina ed altre emergenze, che hanno coinvolto l'Unione Europea nell'ultimo decennio. Informazioni sbagliate nei contenuti, nei tempi e nei modi che, come unico risultato, ottenevano quello di creare psicosi, con un danno enorme all'economia del settore.
Però, se lo scopo di questa uscita è quello di informare correttamente, anche il maricoltore dovrebbe dire le cose come stanno in merito alle responsabilità circa il caso in oggetto, relativo alla presenza di DSP (Diarrhetic Shellfish Poisoning) nei mitili venduti in settembre dello scorso anno. E' vero che le biotossine sono sostanze naturali conosciute(come le tossine dei funghi tossici o velenosi), ma proprio per questo vanno tenute sotto controllo dai produttori e da chi commercializza il prodotto. La responsabilità del controllo spetta agli operatori del settore, infatti la norma, che di seguito cito, testualmente recita:
"Spetta alle imprese alimentari attuare il regolamento, garantendo la sicurezza alimentare
mediante la corretta applicazione di tutte le prescrizioni.
Oltre alle disposizioni stabilite dal regolamento (CE) n. 852/2004, le imprese alimentari
che trattano alimenti d’origine animale sono tenute ad applicare le prescrizioni pertinenti
del regolamento (CE) n. 853/2004."
Quindi l'azione preventiva non spetta alle Autorità Sanitarie, ma agli Operatori del settore alimentare. Alle Autorità sanitarie il compito di vigilare sulla corretta applicazione "dell'Autocontrollo" da parte (in questo caso) della filiera di produzione dei molluschi.
Un tanto per fare chiarezza, per chiedere serietà, competenza e professionalità a chi informa ma anche a chi produce e commercializza alimenti.
Ciao Paolo

Ennio Pasta ha detto...

Ragazzi la vostra competenza mi lascia senza parole, e non è facile.
La lettera non trascura di mettere in evidenza la irresponsabilità di qualche nostro collega produttore, e qui è intervenuto il magistrato, a me premeva sottolineare l'aspetto allarmistico con citazioni a cazzo del presunto effetto tumorale dell' acido akadaico che aggrava senza bisogno una situazione di per se grave.
Bisogna dire che tanti produttori, come noi più consapevoli, si sono attenuti alle disposizioni di divieto preventivo all'istante, ma sono stati danneggiati nell'immagine lo stesso.

Anonimo ha detto...

Vorrei rispondere in merito all'autocontrollo sia come ultimo anello della filiera (ristoratore) che come semplice lettore.
Sempre nel caso specifico, l'autocontrollo si riferisce all'osservazione del prodotto, che deve essere vivo e di “bell'aspetto” al momento dell'acquisto; alla percezione olfattiva; alla presenza dei documenti che lo accompagnano (nastrino con data e provenienza). Seguono poi tutta una serie di prescrizioni che dipendono direttamente da me, vedi: catena del freddo, contaminazione incrociata, metodo di lavorazione e di conservazione, pulizia degli ambienti di lavoro, ecc.
Il problema è che in caso di presenza di DSP, non sono in possesso di strumenti adeguati per rilevarne la presenza e quindi il mitile finisce automaticamente in pentola.
Assolto il mio compito, non posso che intervenire da profano.
L'autocontrollo, da solo, non è sufficiente perché demandare alla buona fede del produttore o a quella del distributore può andar bene per scaricare le responsabilità ma quello che a noi interessa è che il prodotto non finisca sulla tavola dei consumatori.
Facciamo un esempio: quando guido la macchina mi devo attenere al codice della strada. Ovviamente non mi porto appresso un agente di pubblica sicurezza. Faccio riferimento all'autocontrollo attraverso gli strumenti in mia dotazione (vedi contachilometri).
Strumenti del tutto superflui se parallelamente, ogni tanto, non incappassi in una pattuglia dotata di autovelox (tutor e simili) e alle relative sanzioni per i trasgressori.
Il problema, a mio modo di vedere, sta nel mantenere il giusto equilibrio tra controllo e autocontrollo e questo lo si riesce ad ottenere liberando risorse dove non servono da impiegarsi dove invece servono, nonché razionalizzando la rete dei controlli per renderla più efficace eliminando la sovrapposizione di competenze e migliorando la comunicazione tra i vari Enti.
In altre parole ognuno deve fare la sua parte.

Dario Raugna